Sodio ed ipertensione. Ma quanto c’è di vero in tutto questo?

Il sale, o meglio il sodio in esso contenuto, è da tempo ritenuto un importante fattore causale per l’aumento della Pressione Arteriosa.

Negli ultimi anni diversi studi di popolazione finalizzati alla valutazione delle relazioni tra assunzione di sodio, morbosità e mortalità,  hanno contribuito a radicare, anche se non senza ambiguità e conflittualità, il concetto dell’importanza della riduzione di questo ione nella dieta, come iniziativa di profilassi o di prevenzione dell’ipertensione.

Nonostante ciò, studi recenti hanno dimostrato un effetto nocivo della riduzione di sodio in pazienti che abbiano subito un arresto cardiaco (Paterna 2009) o siano affetti da diabete (Thomas 2011).

Finora, la raccomandazione di ridurre l’apporto di sodio è stato basato sull’ipotetico benefico effetto sulla pressione arteriosa, nonché gli auspicabili benefici in termini di riduzione della morbilità cardiovascolare e mortalità.

Varie sono le prove emerse da numerosi studi randomizzati o riportate in reviews Cochrane riguardo agli effetti della ridotta assunzione di sodio sulla pressione.

Nonostante ciò, diversi studi nel corso degli ultimi anni hanno dimostrato che la riduzione del quantitativo di sodio della dieta sia in grado di influire su altri importanti parametri ematici quali: il quadro lipidico (colesterolemia e triglicedidemia) ed i valori di diversi ormoni (renina, angiotensina, aldosterone e catecolamine).

Una meta-analisi appena pubblicata sull’American Journal of Hypertension si è presa la briga di valutare quale potesse essere il bilancio reale, in termini di benefici, della riduzione del contenuto di sodio nella dieta di soggetti normo ed ipertesi. Il lavoro, elaborato sulla base di 167 studi, ha messo in evidenza che il raffronto tra l’esposizione ad una dieta normale a basso contenuto di sodio rispetto ad una ad alto contenuto in soggetti Normotesi caucasici (bianchi non ispanici) determinava una riduzione media della Pressione Arteriosa (PA) inferiore all’1%. Questo risultato modesto, è probabilmente conseguente ad un significativo e persistente aumento dei livelli plasmatici di renina e di aldosterone e, in misura minore, ad una riduzione dei livelli ematici di adrenalina e noradrenalina.

A questo dato, non entusiasmante, si associano però alcune evidenze piuttosto interessanti e non di secondo piano. In effetti la riduzione dei quantitativi di sodio della dieta, ha comportato un incremento significativo della colesterolemia (+2,5%) e della trigliceridemia (+7%) che, in percentuale, è risultata quindi numericamente maggiore rispetto alla riduzione pressoria. A causa degli effetti relativamente piccoli e per la loro natura antagonista (diminuzione della pressione arteriosa, variazione dei livelli ematici di alcuni ormoni e dei lipidi), questi risultati non supportano la convinzione che la riduzione di sodio possa avere effetti benefici netti in una popolazione di soggetti normotesi di razza caucasica.

Al contrario, in caucasici ipertesi, la riduzione delle quantità di sodio della dieta è in grado di produrre, in breve tempo, la diminuzione del valore della PA dal 2 al 2,5%. Ciò conferma che la riduzione del sodio possa essere utilizzata come trattamento aggiuntivo per l’ipertensione in questa particolare tipologia di soggetti. Lo studio sembrerebbe anche indicare che nel caso di soggetti ipertesi asiatici e neri, l’effetto sulla pressione arteriosa conseguente all’adozione di una dieta a ridotto contenuto di sodio sia anche maggiore. Purtroppo attualmente gli studi al riguardo sono troppo pochi studi per poter confermare questa ulteriore tesi.

Il lavoro completo e scaricabile al seguente link:

http://www.nature.com/ajh/journal/v25/n1/pdf/ajh2011210a.pdf

Consumo di bevande zuccherate ed aumentato rischio di malattia coronarica nell’uomo.

Il consumo di bevande zuccherate è associato all’aumento del peso corporeo ed al rischio di insorgenza di diabete mellito tipo II. Pochi studi hanno però testato la relazione con la malattia coronarica o marcatori intermedi. Anche il ruolo delle bevande zuccherate artificialmente è poco chiaro.
Alcuni ricercatori dell’Harvard School of Public Health di Boston hanno eseguito l’analisi di 42.883 uomini dell’Health Professionals Follow-Up Study, uno studio prospettico di coorte, iniziato nel 1986, che ha coinvolto uomini di età compresa tra i 40 e i 75 anni, praticanti una delle seguenti professioni: farmacisti, fisiatri, podologi, osteopati, veterinari, optometristi. Per il 97% circa erano di razza bianca di discendenza europea.

Nello studio è stata valutata l’associazione tra il consumo cumulativo di bevande zuccherate (es. la soda) ed edulcorate (es. diet soda) con l’incidenza di malattia coronarica fatale e non fatale (infarto del miocardio).

Ogni 4 anni è stato somministrato ai partecipanti un questionario semiquantitativo di food frequency per valutare il consumo usuale di bevande zuccherate (cola, cola senza caffeina, altre bevande zuccherate gasate, bevande zuccherate non gasate, come succhi di frutta, limonate) e bevande edulcorate (bevande diet a base di caffeina, bevande diet non gasate).
In oltre 22 anni di follow-up si sono verificati 3.683 casi di malattia coronarica. Ogni 2 anni ai partecipanti veniva somministrato un questionario per verificare se erano stati colpiti da malattia coronarica. Nel caso di malattia coronarica non fatale, la dichiarazione doveva essere confermata da documentazione medica secondo i criteri della World Health Organization (sintomi clinici, ECG modificato o aumento degli enzimi di citonecrosi miocardica), nel caso di malattia coronarica fatale veniva richiesta documentazione medica ed il referto dell’autopsia.
L’intake di bevande è stato suddiviso in 4 quartili; i partecipanti al quartile superiore di consumo di bevande zuccherate avevano un rischio relativo del 20% più elevato di malattia coronarica rispetto a quelli del quartile inferiore dopo correzione per età, fumo, attività fisica, consumo di alcol o di multivitaminici, storia familiare di malattia coronarica, modificazione del peso corporeo con aumento o calo nei 5 anni precedenti l’arruolamento allo studio, aderenza alla dieta a basso contenuto calorico, intake totale di energia, qualità dell’introito calorico, indice di massa corporea.

Il consumo di bevande edulcorate artificialmente non è risultato significativamente associato alle malattie coronariche. La correzione per valori auto-riferiti di ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia, ipertensione arteriosa e diabete mellito di tipo 2 hanno leggermente attenuato queste associazioni.
Il consumo di bevande zuccherate, ma non di quelle edulcorate artificialmente, risultava significativamente associato a un aumento dei trigliceridi plasmatici, della proteina C-reattiva, dell’interleuchina-6 e dei recettori del fattore di necrosi tumorale 1 e 2, mentre era associato alla diminuzione dei valori di colesterolo HDL, lipoproteina(a) e leptina.
In conclusione, il consumo di bevande zuccherate è stato associato ad aumento del rischio di malattia coronarica e di alcune modifiche sfavorevoli dei parametri lipidici, dei fattori infiammatori e della leptina. Al contrario, tali associazioni non si sono manifestate con l’assunzione di bevande edulcorate artificialmente. E’ pertanto indicato ridurre il consumo di bevande zuccherate per prevenire la malattia coronarica.

Fonte:
“Sweetened Beverage Consumption, Incident Coronary Heart Disease, and Biomarkers of Risk in Men” Lawrence de Koning et al; Circulation 2012; 125: 1735-1741. http://circ.ahajournals.org/content/125/14/1735.full

Curcumina: puó prevenire il morbo di Parkinson

La curcumina, una componente della spezia curcuma, potrebbe contribuire efficacemente alla prevenzione del morbo di Parkinson.

Lo afferma una nuova ricerca, pubblicata sul Journal of Biological Chemistry, secondo la quale il composto trovato nella spezia curcuma, agirebbe bloccando l’aggregazione delle proteine associata con l’insorgenza del morbo di Parkinson.

Negli ultimi anni la curcumina, il pigmento naturale che dà alla spezia curcuma il suo colore giallo, spezia molto utilizzata in gastronomia e presente nel curry, è stato protagonista di molte ricerche scientifiche, che hanno valutato i suoi potenziali benefici per la salute.

Dai risultati di vari studi, la curcumina è stata collegata ad una serie di benefici per la salute, compreso una potenziale protezione dal cancro alla prostata, dal morbo di Alzheimer, dall’insufficienza cardiaca, dal diabete e dall’artrite.

Nel nuovo studio, i ricercatori dellal Michigan State University, USA, hanno scoperto che la curcumina impedisce l’aggregazione in particolare di una proteina chiamata alfa-sinucleina, costringendola alla dispersione.

La Dr.ssa Lisa Lapidus, co-autrice dello studio, ha detto:”La nostra ricerca dimostra che la curcumina puó salvare le proteine dall’aggregazione, che rappresenta il primo passo di molte malattie debilitanti” e aggiunge “In particolare, la curcumina si lega fortemente alla alfa-sinucleina e ne impedisce l’aggregazione“.

Sembra che quando la curcumina lega l’alfa-sinucleina non solo ne impedisca l’aggregazione, ma acceleri anche il ripiegamento e la riconfigurazione della proteina.
Aumentandone la velocità, il composto della spezia evita che la proteina si aggreghi ad altre proteine a differenza di quanto succede quando si piega più lentamente.

Tuttavia la Dr.ssa Lapidus sottolinea:”L’utilità della curcumina potrebbe essere piuttosto limitata in quanto non arriva facilmente al cervello dove avviene l’aggregazione“.

Questo studio mette in luce come l’alterazione della riconfigurazione delle proteine possa portare a seri problemi di salute. Quindi i ricercatori dicono che chiarire tale processo, correlando la velocità con cui le proteine si ripiegano con la loro tendenza a raggrupparsi, potrebbe aiutare lo sviluppo di future ricerche.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:

http://www.jbc.org/content/287/12/9193.abstract

Francesca Trinastich

Intestino sano e salute

Sono sempre più le evidenze scientifiche a supporto dell’importanza del microbioma intestinale in rapporto allo stato di salute e/o di malattia dell’uomo.

Con il termine microbioma, introdotto per la prima volta da Joshua Lederberg, premio Nobel per la medicina nel 1958, si intende l’insieme del patrimonio genetico e delle interazioni ambientali della totalità dei microrganismi di un ambiente definito. Batteri, funghi, protozoi, elminti e virus (tra cui anche batteriofagi) sono i microorganismi maggiormente rappresentati. Dall’analisi del loro DNA, realizzata con i metodi della metagenomica dal consorzio MelaHIT, sono stati identificati oltre 3 milioni di geni, 150 volte quelli della specie umana!

http://www.anti-agingfirewalls.com/__oneclick_uploads/2012/02/intestinal-microflora-4101.jpg

A parere di Lederberg, a causa delle grandi funzioni fisiologiche che svolgono e a causa dell’elevato numero di geni, il Progetto Genoma Umano avrebbe dovuto comprendere anche lo studio dei microrganismi ospitati nella specie umana il cui insieme può essere paragonato a un vero organo supplementare, soprattutto per il metabolismo e l’immunità. C’è di più… secondo la hygiene hypothesis (ipotesi dell’igiene) la crescente diffusione di alcune malattie dovrebbe essere attribuita a un insufficiente contatto con i microrganismi.

Risulta dunque evidente mantenere e prendersi cura del proprio intestino. Sulla base di queste evidenze il mese di aprile è interamente dedicato alla quinta campagna educazionale – Il Mese dell’Intestino Sano – con lo scopo di sensibilizzare la popolazione sul ruolo centrale dell’intestino per il benessere dell’intero organismo.

L’iniziativa, organizzata da Yakult con il patrocinio della Fondazione ADI (Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica Onlus), prevede un tour di 15 tappe su tutto il territorio nazionale e propone sia un semplice test per sapere “Quanto ti prendi cura del tuo benessere?” che un opuscolo informativo dal titolo costruisci il tuo benessere in 10 passi.

Ulteriori dettagli potete trovarli qui!

Approfondimento Microbioma: Probiotici ed Intestino; Gut microbiota, probiotics, prebiotics and synbiotics – keys to health and longevity.

Il cioccolato puó ridurre il rischio di obesità

Niente paura per i golosi di cioccolato, non devono temere per la loro linea perchè sembra che mangiare regolarmente, almeno due volte a settimana, il cioccolato aiuterebbe adirittura a ridurre l’indice di massa corporea (BMI).

É quanto emerso dagli interessanti risultati di una nuova ricerca condotta dall’università di California, San Diego, pubblicata su Archives of Internal Medicine, e  secondo i quali un consumo regolare del cioccolato era associato a bassi valori di BMI. Il BMI definisce il valore di guardia da tenere sotto controllo per evitare il rischio di obesità, infatti determinati valori alti indicano sovrappeso o obesità.

Numerosi studi hanno già riportato i potenziali benefici dei composti del cioccolato sulla salute. Ad esempio è d’aiuto nei soggetti con la pressione alta, in chi ha una sensibilità all’insulina o livelli alti di colesterolo. La maggior parte degli studi comunque sono stati rovolti ai potenziali benefici dei flavonoidi del cioccolato (anche conosciute come catechine) sulla salute cardiovascolare in particolare le epicatechine.

I ricercatori di San Diego hanno preso in esame un campione di 1.018 uomini e donne di età compresa tra i 20 e gli 85 anni, in salute e senza malattie cardiovascolari, diabete o alti livelli di LDL (il cosiddetto “colesterolo cattivo”). Per valutare le abitudini del consumo di cioccolato è stato utilizzato un questionario, mentre l’assunzione di frutta, verdura e grassi saturi sono stati inclusi nei calcoli.

I risultati hanno mostrato che chi ha consumato il cacao con più frequenza, due volte a settimana, presentava un più basso valore del BMI rispetto a quelli che ne consumavano di meno.

L’autrice Beatrice Golomb ed i suoi collaboratori, commentando i risultati, dicono: “Tra i vari componenti del cioccolato, i polifenoli, con le loro proprietà antiossidanti, sono considerati i candidati più probabili al ruolo di promotori degli effetti positivi sul metabolismo. In particolare, l’epicatechina (una sostanza antiossidante derivata dal cacao) sembra portare una serie di benefici almeno nei roditori, tra cui un aumento della biogenesi mitocondriale e della capillarità, un miglioramento nelle performance muscolari e uno snellimento della massa muscolare e del peso anche in assenza di esercizio o riduzione dell’apporto calorico”.

Deve essere sottolineato che si tratta di risultati preliminari e che comunque si riferiscono ad un consumo regolare ma moderato del cioccolato. Quindi che non si corra a comprare del cioccolato per abbuffarsi sperando di dimagrire!

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:
http://archinte.ama-assn.org/cgi/content/extract/172/6/519

Dott.ssa Francesca Trinastich

Dieta vegetariana ed incidenza di diabete mellito tipo II nell’ ADVENTIST HEALTH STUDY-2

Negli USA (presso la Loma Linda University) è stato condotto uno studio prospettico di vaste dimensioni che ha coinvolto più di 41.000 soggetti di cui 15.200 uomini e 26.187 donne (con un 17.3% di soggetti neri) tutti membri della Chiesa Avventista, residenti tra il Canada e gli Stati Uniti.
Il tipo di popolazione è pertanto abbastanza omogeneo per quanto riguarda la scarsa abitudine al fumo, lo scarso consumo di alcol ed una buona consapevolezza dello stato di salute.

Questa omogeneità nel campione permette di eliminare fattori confondenti e di far risaltare più chiaramente l’ associazione tra dieta e salute.
Dallo studio sono stati esclusi i diabetici già diagnosticati, in quanto lo scopo era di rilevare l’ incidenza di nuovi casi di diabete .

I Partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi : neri ( afroamericani, caraibici , africani) e non neri ( bianchi non ispanici, ispanici, mediorientali, asiatici , hawaiani, nativi americani , nativi delle isole del Pacifico), in quanto come noto i neri hanno un più elevato rischio di diabete.
Per quanto riguarda il tipo di alimentazione la suddivisione era la seguente:
1) Vegani : non assumevano cibi di origine animale (carne rossa, pollame, pesce, uova, latte , prodotti caseari 1 volta / mese, ma non carne o pesce ( carne rossa, pollame, pesce 1 volta/ mese e/o uova e prodotti caseari ma non carne o pollame ( 1 volta / mese e 1 volta / settimana.

In realtà come noto i modelli alimentari occidentali prevedono il consumo di carne rossa anche quotidianamente, per cui sarebbe interessante verificare l’incidenza anche su questo tipo di popolazione.

Oltre al tipo di alimentazione si indagavano varie abitudini ( ore trascorse davanti alla TV, attività fisica, ore di sonno, fumo ), età, sesso , il livello di istruzione e il reddito.
Lo studio è stato condotto per tre anni ( 2004-2007) al termine dei quali sono stati rilevati 616 nuovi casi di diabete ( 1.5%).
I partecipanti che avevano sviluppato diabete erano: più vecchi, in maggior percentuale neri, con un più elevato BMI, con un minor livello culturale e reddito più basso, guardavano più televisione, erano meno attivi fisicamente, dormivano meno, erano fumatori o ex fumatori .
Per quanto riguarda il tipo di alimentazione l’ incidenza di diabete aumentava progressivamente passando dalla categoria dei vegani, ai LOV, pesco-vegetariani, semivegetariani e non vegetariani .
I dati conclusivi ( corretti per età, BMI, stile di vita, fattori socio-demografici : genere, etnia, reddito, istruzione) sono stati i seguenti: l’ etnia nera è associata ad un aumento di incidenza di diabete, come l’ età, il genere maschile, e il BMI più elevato , mentre un reddito maggiore e una migliore qualità del sonno correlavano con un rischio minore.
Le diete vegane, LOV e semivegetariane erano associate con minor incidenza di diabete nei non neri, nel gruppo dei neri invece, solamente la dieta vegana e LOV presentavano questa associazione . Questi risultati suggeriscono come una dieta a base vegetale potrebbe contrastare l’ aumentato rischio di diabete nelle popolazioni nere.

Dei tre tipi di dieta quella che garantisce maggior protezione sembrerebbe essere quella vegana , ma nonostante anche gli altri due tipi abbiano dato risultati sovrapponibili, gli autori suggeriscono di interpretare i risultati con attenzione , dato il bassissimo numero di vegani che hanno sviluppato diabete .
Questi i risultati in percentuale:
- 1.5% dei casi di diabete sulla popolazione esaminata;
- Vegani: 0.54%;
- semivegetariani: 0.92%;
- LOV: 1.08%;
- Pesco-vegetariani 1.29%;
- Non vegetariani : 2.12%.
La protezione potrebbe in parte dipendere dal più basso BMI dei vegetariani rispetto ai non vegetariani, tuttavia, anche escludendo il BMI l’ associazione rimane forte.
Altro fattore di protezione potrebbe essere la minor densità energetica dei cibi vegetali, il minor indice glicemico, il maggior contenuto in fibre.
Le altre caratteristiche delle diete vegetariane con effetto protettivo sono l’ utilizzo di cereali integrali, di legumi , tutti cibi che migliorano il controllo glicemico, rallentano l’ assorbimento dei carboidrati e riducono il rischio di diabete.

Dott.ssa  Donata Decima

Fonte:
- “Vegetarian diets and incidence of diabetes in the Adventist Health Study-2”. Fraser GE et al; Nutr Metab Cardiovasc Dis. 2011 Oct 7
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21983060

- http://www.fondazioneveronesi.it

Primo cartone animato del Ministero della Salute: “CAPITAN KUK, all’AVVERDURAGGIO”

L’eccesso ponderale e l’obesita’ infantile sono temi di grande rilievo nel quadro della sanità pubblica nazionale con il 39% dei bimbi tra gli 8 e gli 11 anni in sovrappeso e obesi, e con i tassi piu’ elevati che si registrano nelle regioni del Sud (record negativo alla Campania con 49%) e tra i ceti piu’ bassi.
Altrettanto allarmanti sono i dati presentati dal direttore generale di Sicurezza degli Alimenti e Nutrizione del ministero della Salute, Silvio Borriello, che riferisce che ”il 23% dei genitori dichiara che i propri figli, in eta’ compresa tra i 3 e i 12 anni, non mangiano quotidianamente né frutta né verdura.

Solo il 2% dei bambini italiani  arriva a consumare 4 porzioni, quando tutte le organizzazioni internazionali raccomandano un pieno di 5 porzioni al giorno”.

Da queste premesse, tramite un progetto molto innovativo per la Pubblica Amministrazione e in collaborazione con Rai Fiction, nasce l’iniziativa del primo cartone animato televisivo del ministero: Capitan Kuk. Ventisei episodi in onda su Raiyoyo, canale tematico della Rai.

La storia.
Tutte le avventure di Capitan KUK si svolgono nel mondo fantastico dell’arcipelago di Health dove i pacifici isolani cercano di opporsi alle malefatte e agli inganni che il pirata Golosix escogita per rubare tutto il loro cibo e soddisfare la sua golosità.
Al grido di all’avverduraggio, il coraggioso KUK corre in aiuto dell’amico Mabù, il re di Health, a bordo del veliero chiamato “Vitamina”.
Grazie al suo prezioso “Cercafrutta”, il congegno che custodisce e svela tutti i poteri della frutta e della verdura, Capitan KUK aiuta re Mabù e il popolo di Health a risolvere i problemi di salute causati da Golosix e a sconfiggere la sua ciurma di pirati.
Come fare, ad esempio, ad aiutare gli abitanti di Health che, per i continui starnuti, non riescono a bloccare i ladruncoli che scappano con il loro cibo?
Ecco la soluzione di Capitan KUK:  battere il raffreddore con succose arance e kiwi saporiti ricchi di vitamina C … e per Golosix e la sua ciurma di pirati finisce sempre male…!

Un po’ come ha insegnato a noi adulti Braccio di ferro quando mangiava gli spinaci’‘ ha ricordato il ministro della Salute Renato Balduzzi che ha sottolineato l’attuale ”impegno nel divulgare nuovi stili di vita salutare a partire dai ragazzi”.

Quindi …tutti ‘All’avverduraggio!

Dott.ssa  Sara Tulipani

Fonte del Ministero della Salute:
http://www.salute.gov.it/speciali/pdSpecialiNuova.jsp?sub=0&id=92&area=ministero&lang=it&idhome=92&titolo=I%20personaggi

Su Youtube: Trailer Capitan KUK

Il consumo di carne rossa aumenta la mortalità per patologie cardiovascolari e cancro?

Secondo un recente studio della Harvard School of Public Health il consumo di carne rossa è associata ad un aumento del rischio di mortalità cardiovascolare e per cancro. Inoltre dallo studio viene evidenziato come altri alimenti fonti comunque di proteine come pesce, pollame, noci e legumi possono avere invece un effetto protettivo. Già altri studi hanno evidenziato come mangiare elevate quantità di carne rossa aumenti il rischio di insorgenza di diabete mellito tipo II, patologia coronarica, stroke ed alcuni tipi di cancro.
Lo studio, di tipo prospettico, ha previsto l’osservazione di 37.698 uomini dell’Health Professionals Follow-up Study per 22 anni e di 83.644 donne nel Nurses’ Health Study per 28 anni, tutti al baseline privi di patologie cardiovascolari e cancro. Le abitudini alimentari sono state valutate ogni 4 anni attraverso questionari (Food Frequency Questionnaire, FFQ).
Nei due studi sono state documentate 23.926 morti di cui 5.910 per patologie cardio-vascolari e 9.464 per cancro. Un consumo regolare di carne rossa, in particolare di carne rossa trasformata, era associata ad un incremento del rischio di mortalità. Una porzione al giorno di carme rossa non trasformata (della dimensione di un mazzo di carte) era associata all’aumento del 13% del rischio di morte, ed una porzione al giorno di carne trasformata (un hot dog o due fette di pancetta) era associata ad un aumento del rischio del 20%.
La carne rossa, in particolare quella trasformata, contiene ingredienti (quali ferro eme, nitrati, grassi saturi, sodio ed agenti cancerogeni che si formano durante i processi di cottura) che incrementano il rischio di patologie croniche come appunto patologie cardiovascolari e cancro. La sostituzione di una porzione di carne rossa con una di un alimento salutare ricco in proteine è associata ad un più basso rischio di mortalità: 7% per il pesce, 14% per il pollame, 19% per noci, 10% per legumi, 10% per prodotti caseari a basso contenuto di grassi e 14% per cereali integrali.
La ricerca ha stimato che il 9.3% delle morti degli uomini ed il 7.6% delle donne avrebbe potuto essere prevenuto se tutti i partecipanti avessero consumato meno di mezza porzione al giorno di carne rossa (circa 42 g/die).
Questo studio fornisce chiare evidenze di come il consumo regolare di carne rossa, in particolare carne rossa trasformata, contribuisce ad una morte prematura, e di come la scelta di cibi più salutari fonte di proteine al posto di carne rossa, può produrre effetti benefici sulla salute riducendo morbilità e mortalità.

Dott.ssa Elisabetta Marotti

Fonte:
“Red Meat Consumption and Mortality”Frank B Hu et al; Arch Intern Med. Published online March 12, 2012. doi:10.1001/archinternmed.2011.2287
http://archinte.ama-assn.org/cgi/content/full/archinternmed.2011.2287
http://www.medicalnewstoday.com/releases/242792.php

Succo di arance rosse e salute: risultati interessanti ma mancano studi sull’uomo

Il consumo di succhi di frutta, soprattutto se arricchiti di zuccheri aggiunti, potrebbe aumentare il rischio di obesità fornendo un surplus di calorie e zuccheri non  necessario e spesso incontrollato.

D’altra parte,cè succo e succo.
Il consumo di succo d’arancia, aumentato enormemente negli ultimi anni tanto da rappresentare il 50% del consumo mondiale di succhi (pari a 15 bilioni di litri l’anno), è infatti una fonte importante di composti fitochimici quali carotenoidi, vitamine (C, A, B1, B6 e B3), aromi e composti polifenolici, oltre a zuccheri (glucosio, fruttosio e saccarosio) e acidi organici (acido citrico, isocitrico e malico).

La composizione del succo varia molto secondo la varietà di arance utilizzate e di conseguenza anche il  rapporto tra benefici e rischi per la salute.

Il 70% della produzione italiana di arance è rappresentata da tre varietá di arance rosse: Moro, Tarocco e Sanguinello, cosí chiamate per la presenza di pigmenti rossi nella polpa, (composti polifenolici della classe degli antociani) che le distinguono dalle classiche “gialle”.

Gli antociani rappresentano in  particolare i composti piú abbondanti nelle arance rosse (cianidina-3-glucoside) e sono risultati variamente associati ad effetti antinfiammatori, antiossidanti e antiadipogenici (riduzione di peso corporeo e  accumuli di grasso e riduzione del rischio di diabete indotto da una dieta ricca in grassi).

Alcuni studi di coorte hanno anche riportato un’associazione diretta tra il consumo di antociani e la riduzione di rischio cardiovascolare.

Tuttavia la scarsa esposizione a tali composti attraverso la dieta e le limitate conoscenze circa il loro metabolismo, non hanno  permesso sinora di ottenere chiare evidenze scientifiche.

Negli ultimi tre anni, un gruppo di ricercatori italiani ha condotto una serie di studi in vitro,  in modelli animali e su soggetti umani, per verificare le potenzialitá del succo di arance rosse contro infiammazione, accumulo di grassi , aumento di peso corporeo e rischio cardiovascolare.

Con un primo studio in vitro (condotto su cellule in coltura), pubblicato nel 2010 su “Natural Product Research”, gli studiosi confermarono che i composti estratti dalle tre varietá di arance rosse prodotte in Italia svolgevano delle importanti azioni antiinfiammatorie, bloccando l’espressione di geni coinvolti nell’attivazione del processo infiammatorio. L’estratto in questione era composto per un 20% da antociani, e in minor percentuale da altri composti polifenolici contenuti nelle arance, e da vitamina C (5%).

Altri risultati entusiasmanti giunsero nello stesso anno da uno studio condotto su topi, pubblicato nella rivista “International Journal of Obesity”. Confrontando l’effetto del consumo di succo di arance rosse (Moro) e di arance gialle (Navelina), i ricercatori constatarono che la somministrazione di succo di arance rosse per un periodo di 12 settimane riduceva nei topi l’aumento di peso e l’accumulo di tessuto adiposo, conseguenti a una dieta ricca in grassi, nonostante l’aumento di zuccheri introdotti con il succo.

Al contrario, a seguito del consumo di succo di arance gialle non si osservarono risultati significativi.

Successivamente ,somministrando ai topi un estratto di antociani provenienti dal succo di arance rosse, si osservava una riduzione di peso, ma non altrettanto incisiva, gli studiosi conclusero quindi che alti composti contenuti nelle arance potessero contribuire all’azione anti-obesitá del succo.

Quando si tenta di passare da risultati in vitro o ottenuti con modelli animali,  a vere e proprie evidenze scientifiche sull’uomo, si sa… il cammino si fa piú arduo.

In uno studio pubblicato qualche mese fa nella rivista “European Journal of Nutrition”, lo stesso gruppo di ricercatori si ripropose di verificare, questa volta in soggetti umani, se il consumo di un litro di succo di arance rosse al giorno, per 4 settimane, fosse in grado di modulare marcatori cellulari legati al rischio cardiovascolare, rispetto al consumo di succo di arance rosse.

Nessun cambiamento significativo fu osservato nei parametri osservati.
Certamente questi ultimi dati non sminuiscono le conoscenze acquisite con gli studi precedenti, ma confermano quanto sia importante aumentare il numero di soggetti in studio, e magari selezionare individui che presentino un elevato rischio di sviluppare determinate patologie, per poter arrivare a risultati che apportino evidenze scientifiche.

Il dibattito scientifico resta aperto.

Dott.ssa  Sara Tulipani

Per ulteriori informazioni sugli studi citati, si possono leggere gli abstract dei lavori ai seguenti link:
http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/14786410903169987?url_ver=Z39.88-2003&rfr_id=ori:rid:crossref.org&rfr_dat=cr_pub%3dpubmed

http://www.nature.com/ijo/journal/v34/n3/full/ijo2009266a.html

http://www.springerlink.com/content/277080l4677t0466/

Obesità: la riduzione del peso corporeo influisce positivamente sulla quantità di grasso viscerale, epatico e pancreatico

Ciò è quanto emerge da uno studio pubblicato recentemente su Nutrition and Diabetes.

Nel passato diversi studi avevano dimostrato che la perdita di peso, anche moderata, fosse in grado di migliorare le complicanze metaboliche dell’obesità. Ciò probabilmente dovuto ad una preferenziale riduzione del grasso viscerale rispetto al sottocutaneo e/o ad una riduzione del contenuto di grasso ectopico. In realtà, è stato dimostrato che la deposizione di grasso ectopico (cioè nel fegato, nel pancreas o come infiltrato grasso muscolare) contribuisce significativamente alla resistenza insulinica e alle alterazioni metaboliche osservate nei soggetti obesi. Recentemente, in un modello murino, è stato dimostrato che l’alterazione dell’omeostasi del glucosio e l’insulino-resistenza sono associati con epatosteatosi e sovraccumulo di trigliceridi nel pancreas, conseguente ad una alimentazione a lungo termine  ricca di grassi. Utilizzando tecniche di Imaging (TAC e RMN) è stato osservato che la perdita di peso negli obesi, anche moderata, comporta una significativa diminuzione nel contenuto lipidico muscolare della coscia, nonché la riduzione dell’infiltrazione grassa epatica.

Ad oggi però nessuno studio aveva mai valutato l’effetto della perdita di peso sul contenuto lipidico del pancreas nelle persone obese o il suo possibile contributo al miglioramento del quadro metabolico . Inoltre, nessuna sperimentazione aveva confrontato la riduzione contemporanea della deposizione di grasso ectopico nel fegato e nel pancreas dopo la perdita di peso.

Nel lavoro pubblicato, oggetto di questo post, si è voluto colmare questo importante gap, valutando come la riduzione del peso incida sul grasso viscerale e sottocutaneo, nonché su quello ectopico. Un ulteriore obiettivo era quello di testare gli effetti combinati e separati di queste riduzioni simultanee, sul miglioramento del metabolismo del soggetto.

I riultati ottenuti dallo studio hanno dimostrato, in maniera significativa, che anche una moderata riduzione del peso corporeo nei pazienti obesi (pari a circa il 10 % dell’iniziale) comporta una significativa ed importante riduzione del grasso viscerale (circa – 31%), cutaneo (circa – 13,6%) ed ectopico (epatico – 84.1%; pancreatico – 31,9%). A tal riguardo, dopo il calo ponderale, la percentuale di soggetti con steatosi epatica è diminuita del 75%.

Miglioramenti importanti sono stati evidenziati anche su altri aspetti metabolici quali: insulino-resistenza (HOMA) nonché valori ematici di alanina aminotransferasi, gamma-glutamil-transpeptidasi, proteina C-reattiva (hs-CRP), leptina e colesterolo totale. Non sono stati notati miglioramenti sui valori di adiponectina e lipoproteine ad alta densità (HDL).

L’articolo completo è recuperabile al seguente link

http://www.nature.com/nutd/journal/v2/n3/pdf/nutd20125a.pdf