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Intestino sano e salute

Sono sempre più le evidenze scientifiche a supporto dell’importanza del microbioma intestinale in rapporto allo stato di salute e/o di malattia dell’uomo.

Con il termine microbioma, introdotto per la prima volta da Joshua Lederberg, premio Nobel per la medicina nel 1958, si intende l’insieme del patrimonio genetico e delle interazioni ambientali della totalità dei microrganismi di un ambiente definito. Batteri, funghi, protozoi, elminti e virus (tra cui anche batteriofagi) sono i microorganismi maggiormente rappresentati. Dall’analisi del loro DNA, realizzata con i metodi della metagenomica dal consorzio MelaHIT, sono stati identificati oltre 3 milioni di geni, 150 volte quelli della specie umana!

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A parere di Lederberg, a causa delle grandi funzioni fisiologiche che svolgono e a causa dell’elevato numero di geni, il Progetto Genoma Umano avrebbe dovuto comprendere anche lo studio dei microrganismi ospitati nella specie umana il cui insieme può essere paragonato a un vero organo supplementare, soprattutto per il metabolismo e l’immunità. C’è di più… secondo la hygiene hypothesis (ipotesi dell’igiene) la crescente diffusione di alcune malattie dovrebbe essere attribuita a un insufficiente contatto con i microrganismi.

Risulta dunque evidente mantenere e prendersi cura del proprio intestino. Sulla base di queste evidenze il mese di aprile è interamente dedicato alla quinta campagna educazionale – Il Mese dell’Intestino Sano – con lo scopo di sensibilizzare la popolazione sul ruolo centrale dell’intestino per il benessere dell’intero organismo.

L’iniziativa, organizzata da Yakult con il patrocinio della Fondazione ADI (Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica Onlus), prevede un tour di 15 tappe su tutto il territorio nazionale e propone sia un semplice test per sapere “Quanto ti prendi cura del tuo benessere?” che un opuscolo informativo dal titolo costruisci il tuo benessere in 10 passi.

Ulteriori dettagli potete trovarli qui!

Approfondimento Microbioma: Probiotici ed Intestino; Gut microbiota, probiotics, prebiotics and synbiotics – keys to health and longevity.

Settimana per la Riduzione del Consumo di Sale

Anche quest’anno – dal 26 marzo al 1 aprile – la Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) in collaborazione con il Gruppo Intersocietario per la Riduzione del Consumo di Sodio in Italia (GIRCSI), parteciperà e sosterrà la Settimana Mondiale per la Riduzione del Consumo di Sale, proposta dal WASH (World Action on Salt and Health).

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Sappiamo quanto sia importante controllare la quantità di sale che ogni giorno introduciamo, infatti se si eccede numerosi sono gli effetti negativi sulla salute. E’ dunque importante informare e formare il consumatore. Quest’anno il focus sarà sull’assunzione di sale in relazione alla prevenzione dell’ictus cerebrale. A tale scopo sono stati predisposti materiali informativi quali depliant e poster.

Il materiale proposto per l’anno 2012 ha lo scopo di informazione il pubblico con un linguaggio semplice ma scientificamente corretto, sui benefici legati alla riduzione dell’assunzione di sale nei confronti della prevenzione dell’ictus cerebrale. In tale ambito, la SINU intende diffondere alcune indicazioni pratiche dirette ai consumatori per una scelta consapevole di alimenti meno ricchi in sale per comporre menù quotidiani salutari.

Meno Sale Più Salute, per la prevenzione dell’ictus” è lo slogan scelto per la campagna di quest’anno. Chi fosse interessato a partecipare alla diffusione della Campagna si può avvalere della collaborazione dei referenti Regionali e dei soci SINU. E’ possibile anche dare un riscontro ai promotori dell’iniziativa fornendo una breve report sull’attività attuata compilando la scheda di monitoraggio e scrivendo una mail. Tutte le notizie riguardanti la settimana di informazione saranno poi utilizzate per la redazione delle attività svolte per l’Italia a WASH.

Fonte: SINU

“basso contenuto di grassi” = “basso apporto calorico”

NO, questa relazione non è sempre vera! E’ la risposta che arriva dalla Harvard School of Public Health di Boston. Perchè?

Numerosi studi hanno messo in evidenza come sempre meno ci sia corrispondenza tra un alimento, trasformato dall’industria, a basso contenuto di grassi e un impatto positivo sulla salute. Capita infatti che per eliminare e/o abbassare il contenuto di grassi si aggiungano altri ingredienti o coadiuvanti tecnologici quali farina raffinata, zuccheri o sale, allo scopo di non alterare le caratteristiche organolettiche sensoriali del prodotto.

Todd Datz ed i suoi ricercatori di Boston hanno elaborato alcune ricette (elaborate con il Culinary Institute of America, visionabili qui) di tipici dolci americani: i muffin. I “nuovimuffin ai mirtilli rispetto ai tradizionali reperibili nei coffee shop americani, hanno dimezzato la grandezza – apportano meno di 1/3 delle calorie (130 anziché 450) ed hanno ingredienti più salutari (farine in parte o totalmente integrali, meno zuccheri e meno sale). La vera novità è l’apporto in grassi: 8g vs 15g ma solo 1g di acidi grassi saturi vs i 3,5g della formulazione tradizionale. Ecco la prima raccomandazione: utilizzare, anche per le cotture in forno, gli oli vegetali ricchi di grassi “buoni”, come l’olio d’oliva.

I nuovi muffin rappresentano una valida scelta anche rispetto a quelli a “ridotto contenuto di grassi“, che a parità di calorie rispetto a quelli normali hanno meno grassi ma più sale, più carboidrati e più zuccheri semplici. Risulta dunque evidente che è importante più la qualità che la quantità dei grassi presenti nel prodotto ed inoltre che non sempre il prodotto a basso contenuto di grassi è sinonimo di prodotto salutare: aumentando il contenuto di carboidrati e zuccheri semplici si aumenta il rischio di diabete tipo II, di patologie cardiovascolari e di obesità. Questo ha trovato ulteriore conferma in un recente lavoro ancora pubblicato dal gruppo di Boston su Journal of Obesity and Related Metabolic Disorders,, in cui hanno confrontato due regimi ipocalorici, uno di tipo mediterraneo con moderato apporto di grassi (35% delle calorie totali con olio d’oliva come prima fonte di grassi) e l’altro standard, a basso contenuto di grassi (20% delle calorie totali).

Dallo studio è emerso che:
1. l’abbandono del programma dietetico era molto più elevato tra chi seguiva la dieta standard.
2. Coloro che avevano continuato le diete, dopo 12 mesi, la perdita di peso era simile (meno 4,8 Kg con la dieta mediterranea vs meno 5 Kg con la dieta a basso contenuto di grassi).
3. Il calo ponderale ottenuto dopo 18 mesi, con il regime mediterraneo si era mantenuto, mentre con il trattamento a basso contenuto di grassi no. Infatti il secondo gruppo aveva cominciato a recuperare peso e la perdita di peso era non più di 5Kg ma di 2,9 Kg.

Alla luce dei dati riportati si riportano i due commenti della dottoressa MG Carbonelli, direttore dell’Unità di dietologia e nutrizione dell’ospedale San Camillo Forlanini di Roma. «Non ridurre eccessivamente i grassi nei regimi ipocalorici è importante sia per assicurare la presenza di acidi grassi essenziali che devono essere introdotti con la dieta perché l’organismo non è in grado di sintetizzarli, sia perché i grassi favoriscono l’assorbimento delle vitamine liposolubili (A, D, E e K) e dei carotenoidi. Inoltre, i grassi rendono più appetibili gli alimenti, comprese verdure e ortaggi, fondamentali anche ai fini della sazietà. E l’appetibilità della dieta, come mostra lo studio, è un requisito importante per mantenerne l’adesione a lungo».

Questa la risposta alla domanda: possono servire? «Dipende dal prodotto e dalla frequenza di consumo. Possono essere utili se, come nel caso di latte e yogurt, il consumo è abituale e in una certa quantità. In ogni caso, prima di ricorrere a questi prodotti, conviene verificare in etichetta che la riduzione dei grassi sia effettivamente vantaggiosa, sia dal punto di vista calorico sia sotto il profilo nutrizionale. E conviene anche ricordare che per essere davvero utili questi prodotti vanno utilizzati in modo oculato. Se invece si pensa che basti qualche alimento “low fat” per perdere peso, difficilmente si raggiungerà l’obiettivo».

Fonte: A Muffin Makeover: Dispelling the Low-Fat-Is-Healthy Myth

La crescita del tumore può essere rallentata dal curcumino

Questo è quanto emerge da un recente studio pubblicato su Cancer Research.
Secondo i ricercatori della T Jefferson University è possibile che una dose fisiologicamente raggiungibile di curcumino – un polifenolo (un isoflavone) che impartisce il colore giallo e abbondantemente rappresentato nel curry – sia in grado di rallentare la crescita del tumore alla prostata e di altre neoplasie quali ad esempio il tumore al seno, oltre che implementare l’efficacia delle terapie anti-tumorali.

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La sua funzione si esplica con il blocco di due recettori p300 e CPB (o CREB1-binding protein) che sono strettamente legati all’incidenza di alcuni tumori ed in particolare sono indici predittivi di crescita tumorale. I due recettori sono anche in grado di interferire con le terapie antitumorali quali ad esempio l’ADT (androgen deprivation therapy).

Recentemente il curcumino aveva destato l’interesse della comunità scientifica per i suoi numerosi effetti positivi su altre patologie cronico-degenerative quali ad esempio l’Alzheimer, il diabete e l’artrite. Oggi a questi si aggiungono sia la capacità di bloccare il ciclo vitale e di sopravvivenza delle cellule tumorali che la capacità di agire come agente terapeutico. Si aprono dunque nuove prospettive.

Fonte: Targeting pioneering factor and hormone receptor cooperative pathways to suppress tumor progression

Può un vassoio della mensa incidere sulle scelte alimentare dei piccoli?

La risposta è affermativa! Da uno studio americano è emerso che se sul vassoio della mensa scolastica vengono incise immagini di frutta e verdura questo può influenzare positivamente le scelte alimentari dei più piccoli.

Negli ultimi anni le mense americane sono state ritenute responsabili della pandemia dell’obesità in età pediatrica poiché propongono cibi poco salutari. Ecco che ora proprio le stesse mense, dopo aver modificato i menù, provano altre strategie.

Alcuni ricercatori dell’Università del Minesota hanno pensato di verificare se modificando gli scompartimenti dei vassoi della mensa, cioè inserendo in questi immagini plastificate di carote, fagiolini ed altri prodotti vegetali, le scelte dei bambini erano più salutari. Gli studenti ovviamente erano liberi di scegliere ciò che desideravano secondo il menù giornaliero. L’esperimento è stato condotto presso la scuola elementare di Richfield che conta ben 400 bambini di cui il 72% fruitori dei pasti gratuiti forniti dalla scuola poiché appartenenti a famiglie povere.

Successivamente i ricercatori sono andati a verificare ciò che i bambini avevano scelto e consumato. Ecco qualche dato: la percentuale di ragazzi che aveva scelto fagiolini a pranzo era salita dal 6,3% al 14,8%; lo stesso era accaduto con le carote, preferite dal 36,8% vs l’11,6% degli altri giorni in cui i vassoi non avevano le immagini.

Anche le quantità erano aumentate rispetto ai giorni in cui c’erano vassoi normali: per ciascun studente è stato registrato un aumento da 1,2g a 2,8g di fagiolini e da 3,6g a 10g di carote, corretto in base agli scarti e per il numero di ragazzi presenti quel giorno. Le porzioni sono invece rimaste sostanzialmente le stesse. In altre parole, la presenza dei nuovi contenitori ha favorito in generale il fatto che gli studenti scegliessero più carote e fagiolini, ma non ha spinto i ragazzi a mangiarne di più in assoluto, prendendone porzioni più grandi.

L’aspetto può dunque aiutare a compiere scelte più appropriate, e intervenire sulla presentazione dei piatti può essere un sistema semplice ed economico per influenzare le abitudini alimentari. L’esperimento seppur interessante è limitato ad una sola scuola pertanto è indispensabile ampliare il campione preso in esame per avere ulteriori conferme.

Fonte: il fatto alimentare

La malattia di Parkinson e la dieta

Numerosi studi hanno ormai confermato la stretta relazione tra malattie neuro-degenerative e stato nutrizionale del soggetto ed in particolare anche per la malattia di Parkinson (PD) tale relazione rimane confermata.

PD è una malattia cronica neurodegenerativa, dovuta alla progressiva degenerazione della via dopaminergica nigrostriale e principali sintomi sono: bradicardia, tremori a riposo, rigidità, postura incurvata, impaccio nell’andatura e instabilità posturale.

Recenti studi hanno sottolineato l’importanza di inserire nell’iter diagnostico una valutazione nutrizionale.

Si è infatti visto che i consigli nutrizionali possono migliorare la qualità della vita incidendo sui sintomi sopra descritti, come ad esempio un regime dietetico proteico controllato nei pazienti con fluttuazioni motorie.

I principali problemi nutrizionali di cui si dovrebbe tener conto nella gestione del paziente con PD sono di seguito riportati:

1.    peso corporeo – c’è ad oggi discordanza nella comunità scientifica ma tale situazione potrebbe essere dovuta agli effetti confondenti. Sembra che l’aumento dell’adiposità viscerale sia un fattore di rischio per PD. Un recente studio sulla popolazione italiana ha rilevato che la prevalenza di obesità in pazienti con PD è di circa il 50%.

2.    calo ponderale – la graduale perdita di peso dovuta a malnutrizione è di frequente riscontro e rappresenta uno dei problemi principali nella progressione della PD. La perdita di massa grassa riscontrata è dovuta soprattutto alle cattive abitudini alimentari. Un basso IMC è associato a carenze di vitamine (A, C, D ed E) e di minerali (ferro, zinco) oltre che di proteine.

3.    incremento ponderale – l’aumento di peso dopo l’inizio di terapie è stato osservato in numerosi studi. La terapia a lungo termine con levodopa induce un aumento dell’appetito ma anche la terapia con dopamino-agonisti possono causare una alimentazione compulsiva

4.    disturbi gastroenterici – diverse disfunzioni gastroenteriche (tremore e/o rigidità della mandibola, difficoltà di deglutizione…) possono influenzare negativamente il benessere del paziente, l’ottimizzazione del trattamento e il bilancio nutrizionale.

5.    disfagia – solo pochi autori concordano nel riconoscere un ruolo alla disfagia nel calo ponderale poiché questa insorge generalmente nelle fasi avanzate della malattia.

6.    stipsi – cioè meno di 3 movimenti intestinali/settimana, è il sintomo più tipico: circa 50-80%. Tale dismotilità si associa ad una ridotta assunzione di liquidi e fibra alimentare oltre al basso livello di attività fisica.

In conclusione interventi nutrizionali ed attività di counseling dietetico dovrebbero essere pianificati per:
-    garantire il bilancio nutrizionale
-    ottimizzare la farmacocinetica della levodopa
-    migliorare i disturbi gastrointestinali
-    prevenire, rilevare e trattare carenze nutrizionali.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sulm seguente link:

http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/mds.22705/abstract;jsessionid=D045568A393621436C5BE88BE540515C.d01t03

Letizia Saturni

A tenerci svegli sono le proteine e non lo zucchero

Questa è la conclusione alla quale è giunto un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge, guidato dal prof. Burdakov:” In una alimentazione equilibrata non conta solo la quantità di calorie assunte giornalmente ,ma anche la loro origine alimentare.

Gli aminoacidi, unità costituenti delle proteine, sembrano essere in grado di bloccare l’azione inibitoria che il glucosio esercita sulle cellule cerebrali che producono orexina (nota anche come ipocretina, sostanza che regola lo stato di veglia e il consumo di calorie). In precedenti lavori, il gruppo aveva rilevato che la somministrazione di glucosio tende a inibire l’attività dell’orexina, un fenomeno che permetteva di spiegare, almeno in parte, la sonnolenza post-prandiale.

Nella nuova ricerca, per approfondire i meccanismi sottostanti a questo fenomeno, è stata presa in considerazione l’ipotesi che altri nutrienti presenti nella dieta, possano alterare l’azione delle “cellule dell’orexina”.

I ricercatori hanno così scoperto che gli amminoacidi – e in particolare le miscele di amminoacidi che corrispondono al contenuto dell’albume dell’uovo, sono in grado di stimolare i neuroni che rilasciano orexina in misura più elevata di quanto non facciano gli altri nutrienti. Questa azione si esplicherebbe bloccando l’attività inibitrice del glucosio sulle cellule dell’orexina.

Tale scoperta ha importanti implicazioni nutrizionali/dietologiche e suggerisce che, per essere efficienti durante il giorno, è meglio uno spuntino proteico piuttosto che uno a base di zuccheri.

Questi risultati, inoltre spiegherebbero anche come mai pasti a base di carboidrati hanno un’azione tranquillizzante mentre quelli proteici tendono a rendere più vigili.

“Quello che è interessante è che disponiamo di un modo per sintonizzare le cellule cerebrali su uno stato di maggiore o minore attività, nel decidere che cosa mangiamo”, ha commentato Denis Burdakov, responsabile della ricerca. “Non tutte le cellule del cervello sono attivate in modo banale da tutti i nutrienti: la composizione della dieta è fondamentale.” Ed inoltre ha aggiunto….

“Per combattere l’obesità e l’insonnia nella società di oggi, abbiamo bisogno di maggiori informazioni sul modo in cui la dieta influisce sulle cellule che regolano il sonno e l’appetito. Per ora, la ricerca suggerisce che se possiamo scegliere tra la marmellata sul pane tostato e dell’albume sul pane tostato, meglio optare per quest’ultimo! Anche se entrambi contengono lo stesso numero di calorie, un po’ di proteine indurranno il corpo a bruciare più calorie di quelle consumate “.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:

http://www.cell.com/neuron/abstract/S0896-6273%2811%2900782-3

Letizia Saturni

E’ possibile fare prevenzione del diabete mellito con la dieta

Numerosi studi epidemiologici hanno evidenziato che l’incidenza di diabete mellito, tipo 2 sta aumentando esponenzialmente, tanto da meritare il termine di vera e propria pandemia.

Le cause sono probabilmente legate alla rapida urbanizzazione, ai cambiamenti delle abitudini alimentari e al diffondersi di uno stile di vita prevalentemente sedentario. Tale patologia rappresenta un vero problema sociale, sia per il numero che per la gravità delle complicanze con conseguente aumento della spesa pubblica.

E’ fondamentale quindi agire sul  livello di attività fisica, la quantità di cibo introdottoa giornalmente e la qualità degli alimenti.

La comunità scientifica è oggi unanime ,nel riconoscere le seguenti relazioni che quindi debbono rappresentare la base per l’educazione dei pazienti alla prevenzione.

1.    Fibra alimentare – la comunità scientifica è unanime nell’asserire che un maggior introito di fibra vegetale, ridurrebbe il rischio di diabete tipo 2. Inoltre è stato anche evidenziato che esiste una riduzione dei livelli circolanti di parametri infiammatori quali la proteina C reattiva o l’interleuchina-6.

2.    Carboidrati, Indice Glicemico e carico Glicemico – lo studio European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition-Netherlands, ha dimostrato che diete ricche di alimenti raffinati e/o ad alto indice glicemico e/o carico glicemico si associano ad un maggior rischio di diabete. E’ stato anche evidenziato che tali alimenti hanno in genere anche un basso contenuto di vitamine, magnesio, lignani, fitoestrogeni ed acido fitico oltre che di fibre.

3.    Frutta e verdura fresca di stagione – secondo lo studio European Prospective Investigation of Cancer-Norfolk il maggior consumo di frutta e verdura si associa ad una significativa riduzione del rischio di diabete. Per la prevenzione si dovrebbero consumare 5 porzioni/die di frutta e verdura.

4.    Latte – un maggior introito di calcio e magnesio, minerali peculiari del latte, riducono il rischio di diabete.

5.    Caffè – studi prospettici hanno evidenziato che soggetti che bevono fino a tre tazzine di caffè/die hanno meno possibilità di sviluppare diabete. Tale effetto sembra essere correlato alla capacità dell’acido clorogenico (acido fenolico del caffè), di inibire l’attività della –glucosidasi e dunque l’assorbimento del glucosio.

6.    Thè – una tazza di te/die abbassa il rischio di sviluppare diabete. Tale effetto è maggiormente evidente con il te nero piuttosto che con il te verde.

7.    Alcool – secondo l’Health Professionals Follow-up Study un moderato consumo di alcool favorisce la prevenzione del diabete. Tale consumo equivale per la donna ad 1 bicchiere/die e per 2 per l’uomo.

8.    Lipidi – una dieta ricca di grassi (39% delle calori totali) si associa ad una ridotta responsività delle -cellule indipendentemente dalla qualità dei grassi assunti con la dieta

9.    Fast Food – numerosi studi epidemiologici e di metanalisi hanno evidenziato che soggetti che consumano una maggiore quantità di carne rossa, carne processata (hamburger…) e patatine fritte hanno un aumentato rischio di sviluppare diabete. Per quanto riguarda il consumo di pesce i dati son ancora scarsi e contraddittori.

10.    Fruttosio e Bevande zuccherate – succhi di frutta dolcificati con fruttosio, inducono una alterazione della tolleranza glucidica in soggetti geneticamente predisposti.

11.    Sodio – un elevato intake di sodio è un fattore di rischio predittivo indipendente da altri fattori quali sedentarietà, obesità ed ipertensione.

FONTE: G. De Pergola, A Ammirati, S. Bavaro, D. Caccavo, A. Gesuita. “Prevenzione del diabete mellito mediante dieta”. ADI Magazine, 3, 2011; 15.

Altri riferimenti:
-    Salas-Salvadò J et al., Diabete Care 2011, 34:14-19
-    Schulze MB et alò., Arch Intern Med 2007, 167:956-65
-    Sluijs I et al., Am J Clin Nutr 2010, 92:905-11
-    Harding AH et al., Arch Intern Med 2008, 168:1493-9
-    Villegasd R et al., Am J Clin Nutr 2009, 89:1059-67
-    Sartorelli DS et al., Am J Clin Nutr 2010, 91:1002-12
-    Odegaard AO et al., Am J Clin Nutr 2008, 88:979-85
-    Joosten MM et al., Am J Clin Nutr 2010, 91:1777-8
-    Goree LL et al., Am J Clin Nutr 2011, 94:120-7
-    Aune D et al., Diabetologia 2009, 52:2277-87
-    Sartorelli DS et al., Nutr Metab Cardiovasc Dis 2009, 19:77-83
-    Hu G et al., Diabetologia 2005, 48:1477-83

Letizia Saturni

Uno speciale decapeptide in aiuto dei celiaci

10 aminoacidi per eliminare l’effetto tossico del glutine – miscela proteica peculiare di alcuni cereali quali frumento, orzo e segale e ben noto, trigger ambientale della celiachia.

A scoprire questo frammento proteico, identificato dalla sigla pRPQ, è stato il gruppo di ricerca diretto dal Prof. Silano dell’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con altri Istituti quali il Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura, l’Università di Foggia ed il San Raffaele di Milano.

Al momento i risultati pubblicati su Journal of Cereal Science sono stati ottenuti in vitro. Riproducendo la mucosa intestinale è stato possibile osservare che il decapeptide è in grado di impedire alla gliadina – frazione che rappresenta circa il 45% del glutine – di esercitare il suo effetto tossico.

Questi primi risultati potrebbero dunque portare ad un’ipotesi di farmaco nella cui composizione potrebbe entrare il pRPQ, ma prima di creare forti aspettative è necessario avere risultati in vivo cioè su volontari umani celiaci.

La celiachia è una enteropatia immuno-mediata causata dall’ingestione di glutine in soggetti geneticamente predisposti. E’ sicuramente la forma di intolleranza alimentare più diffusa nel mondo, compresi i Paesi orientali, pertanto costituisce un non trascurabile problema di salute pubblica.

Recenti studi hanno evidenziato che la reattività al glutine non è però solo celiachia, si parla infatti di disturbi glutine correlati. Di recente inquadramento clinico la Sensibilità al glutine oltre all’atassia da glutine, l’allergia al glutine e la dermatite erpetiforme. Tutte sono accumunate da un’unica terapia: la dieta priva di glutine.

I risultati della ricerca sono dunque di estrema importanza in quanto non tutti i pazienti hanno una buona compliance alla dieta gluten free. Ad oggi avere una formulazione idonea che permetta una protezione della mucosa intestinale dall’anomala reazione immunitaria tipica dei soggetti celiaci, costituisce sicuramente un importante successo.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0733521012000057

Letizia Saturni

Le nuove linee guida per la diagnosi e la terapia della malattia celiaca nei bambini e negli adolescenti

L’ESPGHAN , European Society for Pediatrics Gastroenterology Hepatology and Nutrition, dopo 20 anni ha  elaborato le nuove linee guida per la diagnosi e la terapia della malattia celiaca nei bambini e negli adolescenti (un approccio basato sulle evidenze). Il lavoro nasce dal confronto di 17 esperti sulla recente letteratura scientifica (dal 2004 al 2009).

Nel 1974 l’ESPGHAN, per la prima volta, definì  i criteri diagnostici della celiachia: tre biopsie intestinali, una alla diagnosi, una dopo un anno di dieta senza glutine ed un’altra dopo riesposizione al glutine.

Successivamente nel 1990,  tali criteri sono stati riadattati alla luce della maggiori evidenze scientifiche, attraverso l’introduzione di due criteri maggiori (biopsia intestinale con atrofia dei villi alla diagnosi e remissione clinica a dieta senza glutine).

A questi si aggiunsero  altri criteri detti minori o accessori (presenza degli anticorpi specifici alla diagnosi e loro scomparsa a dieta senza glutine, presenza di geni HLA predisponenti).
Ad oggi sicuramente questa revisione porta delle importanti novità a livello diagnostico, rendendo molto meno invasiva (soprattutto per i giovani pazienti).

La diagnosi di questa patologia nei Paesi Occidentali è divenuta negli ultimi 20 anni , una patologia da rara a molto comune  anche per l’affidabilità ed il facile accesso ai tests sierologici e  ad una maggior conoscenza della patologia stessa con un evidente  impatto sociale.
La nuova definizione di Malattia celiaca (CD):
Conosciuta come enteropatia da intolleranza al glutine, oggi viene meglio definita come disordine immunitario sistemico, dovuto ad una suscettibilità individuale, geneticamente determinata al glutine e ad  altre prolamine; caratterizzata dalla presenza di varie manifestazioni cliniche glutine-dipendenti, da anticorpi specifici e dall’associazione con HLA-DQ2 o DQ8 ed enteropatia.

Chi va testato per la CD?
Questa malattia si può presentare con un ampia varietà di segni e sintomi non specifici. E’ importante quindi diagnosticare la CD non solo nei bambini con ovvii sintomi gastrointestinali, ma anche in quelli con quadri clinici meno chiari, perché, come è già noto, la patologia può avere conseguenze negative sulla salute del soggetto.
Sono pertanto previsti due algoritmi diagnostici:
- il primo per soggetti sintomatici con manifestazioni tipiche ed atipiche;
- il secondo per soggetti con aumentato rischio di CD.

Algoritmo diagnostico 1 per soggetti sintomatici:
Dosaggio anti-TG2 (anticorpi antitransglutaminasi) e IgA totali sieriche per escludere un deficit di IgA.
Se le anti TG2 sono negative escludere la CD, tranne se si riscontra un deficit di IgA, età inferiore ai 2 anni, basso intake di glutine, sintomi severi, altre patologie associate; in tali casi procedere con altri tests diagnostici (EMA, AGA, EGDS).
Se gli antiTG2 sono positivi inviare il paziente ad un centro di gastroenterologia pediatrica.
Se gli antiTG2 sono positivi (> 10 x normal) dosare EMA e test per individuare se HLA DQ8/DQ2 positivo.
Si possono verificare quindi i seguenti risultati:
- EMA pos + HLA DQ8/DQ2 positivo: diagnosi di CD (dieta gluten-free e follow-up)
- EMA pos + HLA DQ8/DQ2 negativo: considerare un falso negativo l’HLA e considerare di sottoporre il paziente a biopsia
- EMA neg + HLA DQ8/DQ2 neg: considerare falso positivo gli anti TG2
- EMA neg + HLA DQ8/DQ2 positivo: EGDS con biopsie.
- Se non è possibile dosare EMA e valutazione HLA: EGDS con biopsie.

Se gli antiTG2 sono positivi (> 10 x normal): EGDS con biopsie.

Algoritmo diagnostico 2 per soggetti con aumentato rischio di CD:

Test per individua HLA DQ2/DQ8 con o senza antiTG2. Se l’HLA è negativo per DQ2 e DQ8 è negativo, si esclude la diagnosi e il rischio per CD.
Se HLA DQ2/DQ8 positivo dosaggio antiTG2 e total IgA.
Se antiTG2 negativo escludere la CD o considerare falso negativo il risultato escludendo deficit di IgA e storia di basso intake di glutine o assunzione di farmaci.
Se antiTG2 positivo>3 x normal eseguire EGDS e biopsie.
Se antiTG2 positivo<3 x normal dosaggio EMA.
Se EMA positivo: EGDS e biopsie.
Se EMA negativo: antiTG2 falso positivo o su dieta normale con alterazioni sierologiche.

IN SINTESI LO SCOPO DELLE NUOVE LINEE GUIDA:
- dare una nuova defizione della patologia;
- indicare quando è possibile omettere la biopsia duodenale;
- proporre algoritmi diagnostici.

Il nuovo protocollo applicato alla diagnosi di malattia celiaca, avrà un forte impatto sia a beneficio del giovane paziente( che non dovrà più sottoporsi agli esami istologici, quindi invasivi, se non strettamente indicato), sia a ridurre i costi socio-sanitari.

Dott.ssa Letizia Saturni ,in collaborazione con la Dott.ssa Elisabetta Marotti

Coloro i quali  fossero interessati alla lettura integrale dell’articolo, possono richiederlo all’autrice al seguente indirizzo di posta:  lsaturni@univpm.it