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La carne di pollo e’ contaminata da feci |

Una recente ricerca sul pollame in commercio negli USA mostra che circa la meta’ e’ contaminato da feci.

Da un rapporto del PCRM – Physicians Committee for Responsible Medicine – dell’aprile 2012.

La contaminazione fecale è sorprendentemente comune negli alimenti a base di carne di pollo venduti nei negozi di alimenti negli USA. In questo studio, alcuni ricercatori, in collaborazione con il PCRM, hanno testato questi prodotti, in vendita in 15 catene di negozi alimentari di 10 città USA, ricercando la presenza di feci. Un laboratorio di analisi certificato e indipendente di Chicago, Illinois, ha testato la presenza di E. coli come segno di contaminazione fecale. Sono risultati positivi per contaminazione fecale prodotti provenienti da ogni città e da ciascuna catena di negozi. Nel complesso, il 48% dei campioni è risultato positivo al test.

Contaminazione fecale di prodotti da pollame in 10 città USA
Città Negozio di alimentari % di prodotti contaminati
Charleston, S.C. Harris Teeter
Publix
33%
33%
Chicago, Ill. Dominick’s
Jewel-Osco
33%
67%
Dallas, Texas Albertsons
Kroger
33%
100%
Denver, Colo. Albertsons
Safeway
50%
67%
Houston, Texas H-E-B
Randalls
17%
17%
Miami, Fla. Publix
Winn-Dixie
50%
83%
Milwaukee, Wis. Pic ‘n Save
Piggly Wiggly
17%
50%
Phoenix, Ariz. Fry’s
Safeway*
50%
0%
San Diego, Calif. Albertsons
Ralphs
17%
83%
Washington, D.C. Giant
Safeway
83%
67%

* Indica un negozio in cui è stato attuato un secondo test, che ha dimostrato
che il 60% dei campioni era positivo alla contaminazione fecale.

Contesto
Nelle condizioni tipiche dell’allevamento e del trasporto dei polli, gli animali defecano gli uni sugli altri, e normalmente rimangono in mezzo alle feci, proprie e altrui. Inoltre le feci sono presenti nell’intestino al momento della loro macellazione. Il risultato è che le feci sono presenti comunemente negli allevamenti di pollame, nei veicoli di trasporto e negli impianti di macellazione.

Un tipico impianto di lavorazione di grandi dimensioni può macellare più di un milione di animali alla settimana [1]. I polli vengono storditi, uccisi, dissanguati e fatti passare in vasche di scottamento, che rendono più facile l’eliminazione delle piume, ma che si trasformano anche in serbatoi che trasferiscono le feci da una carcassa all’altra. Dopo lo scottamento, le piume e gli intestini vengono rimossi meccanicamente. Il contenuto degli intestini può finire nei macchinari e contaminare i muscoli e gli organi dei polli stessi, e di quelli che vengono lavorati in seguito.

Le carcasse eviscerate vengono poi risciacquate con acqua clorata e viene controllata l’eventuale presenza di materia fecale visibile. Tuttavia, alcune linee di macellazione lavorano fino a 140 animali al minuto, il che lascia ai controllori un tempo davvero minimo per controllare eventuali feci visibili.[2]

Dopo l’ispezione visiva, le carcasse vengono normalmente raffreddate in acqua ghiacciata, in realtà un bagno comune in cui le feci si diffondono da un animale all’altro. Dopo il raffreddamento, in certi casi il pollo viene tagliato a pezzi, il che comporta un ulteriore passaggio di materia fecale dalla carcassa agli attrezzi. I pezzi vengono quindi confezionati, e veicolano così i batteri fecali ai consumatori. Le feci sono composte da cibo indigerito, cellule morte, sostanze secrete dal fegato, parassiti e batteri, che possono essere innocui o patogeni. Le feci visibili sui prodotti in vendita preoccupano i consumatori, per ragioni sia estetiche sia di salute, ma nessuno si preoccupa delle tracce non visibili.

Per valutare l’efficacia delle procedure di limitazione della contaminazione fecale, il Dipartimento dell’Agricoltura USA richiede che gli stabilimenti di macellazione e lavorazione del pollame verifichino i livelli di E. coli, batterio che rappresenta un indicatore altamente specifico della contaminazione fecale. Secondo le “Linee guida per la ricerca dell’Escherichia coli ai fini della verifica di controllo procedurale negli stabilimenti di macellazione del pollame” dell’USDA, le strutture in questione devono analizzare 1 pollo su ogni 22.000 macellati, o effettuare almeno un test alla settimana. [3]

Questo studio ha valutato la frequenza di contaminazione fecale nei prodotti a base di pollame in vendita in negozi di 10 città USA.

Metodi
Il PCRM ha controllato vari prodotti a base di pollame – polli interi, petti, cosce, zampe o ali – in vari negozi, in 10 città di 9 stati. Sono stati inizialmente esaminati in ciascuna città 12 campioni di prodotti, per un totale di 120 campioni.

Le catene di negozi alimentari testate erano: Albertsons, Dominick’s, Fry’s, Giant, Harris Teeter, H-E-B, Jewel-Osco, Kroger, Pic ‘n Save, Piggly Wiggly, Publix, Ralphs, Randalls, Safeway e Winn-Dixie.

Le marche testate includevano: Perdue, Pilgrim’s, Sanderson Farms, Covington Farms, Eating Right, Foster Farms, Gerber’s Poultry, Harris Teeter, Harvestland, H-E-B, Hill Country Fare, Murray’s, Nature’s Promise, Open Nature, Smart Chicken, Piggly Wiggly, Publix, Red Bird Farms, Roundy’s, Safeway, Safeway O Organics, Springer Mountain Farms, Super G, Supervalu e Wild Harvest Natural.

I prodotti sono stati lasciati nella confezione originale. Le confezioni sono state poste, ancora chiuse, in borse termiche con blocchi di ghiaccio e inviate entro la giornata a EMSL Analytical Inc., un laboratorio di analisi indipendente e certificato di Chicago, Illinois. Usando i metodi di ricerca standard per l’analisi degli alimenti, l’EMSL ha testato la presenza di E. coli. [4] Come già spiegato, l’E. coli è un indicatore specifico di contaminazione fecale, ed è usato negli impianti di macellazione e lavorazione per verificare la presenza di contaminazione fecale sui prodotti alimentari e nell’acqua, secondo requisiti stabiliti dall’USDA.

Risultati
I test hanno rivelato che il 48% dei campioni di pollame è risultato positivo per contaminazione fecale. Dei petti senza pelle è risultato contaminato il 49% dei prodotti, mentre lo era il 28% dei petti con la pelle intatta, il che indica che la rimozione della pelle non permette di ridurre la contaminazione fecale dei prodotti.

Nei campioni di pollo che non contenevano tracce di antibiotici, ben il 46% è risultato positivo alla contaminazione fecale, contro il 48% dei campioni convenzionali.

Dei 20 negozi selezionati, solo uno (Safeway, Phoenix, Ariz.) non aveva batteri fecali rilevabili nei suoi campioni. Per determinare se questo fosse un falso risultato, sono stati acquisiti altri 10 campioni, poi testati da EMSL Analytical Inc. Di questi 10 campioni, 6 sono risultati positivi alla contaminazione fecale, indicando come i primi risultati dipendessero dalla scelta dei campioni, e non dall’assenza di feci nei prodotti del negozio.

Discussione
Questi risultati mostrano che la presenza di feci sui prodotti alimentari a base di pollame è frequente. Per quanto sia evidente una variabilità tra negozio e negozio, sembra che i consumatori portino feci nella propria cucina a partire da circa la metà dei prodotti acquistati, indipendentemente dalla zona o dalla marca. Questa variabilità sembra infatti dovuta alle modalità di raccolta dei campioni e non a differenze nelle le procedure seguite dai vari negozi o marche.

I prodotti a base di pollame posti in vendita raramente vengono sottoposti a test per la ricerca di feci. Invece, i test vengono regolarmente effettuati durante la macellazione e la lavorazione, per definire l’efficacia delle pratiche volte a limitare la contaminazione fecale. In uno studio USDA del 2009, l’87% delle carcasse di pollo testate è risultato positivo all’E. coli dopo il raffreddamento e immediatamente prima del confezionamento. [5] I dati attuali suggeriscono inoltre che il pollo deprivato della pelle presenti le stesse probabilità di essere contaminato rispetto al pollo con la pelle intatta. Similmente, i prodotti che non contengono residui di antibiotici sembrano avere le stesse probabilità di essere contaminati da feci rispetto ai prodotti “convenzionali”. Quasi la metà di entrambi i tipi di prodotti testati è infatti risultato positivo alla presenza di tracce fecali.

Conclusioni
Nel complesso, circa la metà dei campioni di alimenti a base di pollo acquistati in vari negozi sono risultati contaminati da feci, provenienti dagli intestini dei polli, che facilmente si diffondono durante l’allevamento, il trasporto, la macellazione e la lavorazione delle carni. A loro volta, le feci presenti sui prodotti a base di pollame portati in casa si trasferiscono facilmente sui piani cucina, sui taglieri, sugli utensili, nei frigoriferi e quindi alle persone della casa.

Ai consumatori l’USDA consiglia di cuocere ad alte temperature i prodotti a base di pollame, ma questo trattamento non fa altro che cuocere le feci insieme al tessuto muscolare, e non le rimuove affatto dal prodotto ingerito. In sintesi, le feci sono presenti su circa la metà dei prodotti a base di pollame nei negozi al dettaglio in diverse località di tutti gli Stati Uniti.

Bibliografia
1. World Poultry. Broiler welfare symposium: The balance between producers’ and consumers’ standards. World Poultry. 2009;25(12). Accesso del 12 febbraio 2012.

2. Bilgili SF. Recent advances in electrical stunning. Poult Sci. 1999;78(2):282-286.

3. Federal Register Vol. 61, No. 131. United States Department of Agriculture/Food Safety and Inspection Service. Hum Gene Ther. 1996;7(15):1923-1926.

4. Lattuada CP, Dillard LH, Rose BE. Examination of Fresh, Refrigerated, and Frozen Prepared Meat, Poultry and Pasteurized Egg products. In: Dey BP, Lattuada CP. Examination of Microbiology Laboratory Guidebook. Vol. 1-2. 3rd ed. Washington, DC. 1998.

5. Altekruse SF, Berrang ME, Marks H, et al. Enumeration of Escherichia coli cells on chicken carcasses as a potential measure of microbial process control in a random selection of slaughter establishments in the United States. Appl Environ Microbiol. 2009;75(11):3522-3527.

Dott.ssa  Luciana Baroni

Fonte:

PCRM, Fecal Contamination in Retail Chicken Products, aprile 2012

Dieta vegetariana ed incidenza di diabete mellito tipo II nell’ ADVENTIST HEALTH STUDY-2

Negli USA (presso la Loma Linda University) è stato condotto uno studio prospettico di vaste dimensioni che ha coinvolto più di 41.000 soggetti di cui 15.200 uomini e 26.187 donne (con un 17.3% di soggetti neri) tutti membri della Chiesa Avventista, residenti tra il Canada e gli Stati Uniti.
Il tipo di popolazione è pertanto abbastanza omogeneo per quanto riguarda la scarsa abitudine al fumo, lo scarso consumo di alcol ed una buona consapevolezza dello stato di salute.

Questa omogeneità nel campione permette di eliminare fattori confondenti e di far risaltare più chiaramente l’ associazione tra dieta e salute.
Dallo studio sono stati esclusi i diabetici già diagnosticati, in quanto lo scopo era di rilevare l’ incidenza di nuovi casi di diabete .

I Partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi : neri ( afroamericani, caraibici , africani) e non neri ( bianchi non ispanici, ispanici, mediorientali, asiatici , hawaiani, nativi americani , nativi delle isole del Pacifico), in quanto come noto i neri hanno un più elevato rischio di diabete.
Per quanto riguarda il tipo di alimentazione la suddivisione era la seguente:
1) Vegani : non assumevano cibi di origine animale (carne rossa, pollame, pesce, uova, latte , prodotti caseari 1 volta / mese, ma non carne o pesce ( carne rossa, pollame, pesce 1 volta/ mese e/o uova e prodotti caseari ma non carne o pollame ( 1 volta / mese e 1 volta / settimana.

In realtà come noto i modelli alimentari occidentali prevedono il consumo di carne rossa anche quotidianamente, per cui sarebbe interessante verificare l’incidenza anche su questo tipo di popolazione.

Oltre al tipo di alimentazione si indagavano varie abitudini ( ore trascorse davanti alla TV, attività fisica, ore di sonno, fumo ), età, sesso , il livello di istruzione e il reddito.
Lo studio è stato condotto per tre anni ( 2004-2007) al termine dei quali sono stati rilevati 616 nuovi casi di diabete ( 1.5%).
I partecipanti che avevano sviluppato diabete erano: più vecchi, in maggior percentuale neri, con un più elevato BMI, con un minor livello culturale e reddito più basso, guardavano più televisione, erano meno attivi fisicamente, dormivano meno, erano fumatori o ex fumatori .
Per quanto riguarda il tipo di alimentazione l’ incidenza di diabete aumentava progressivamente passando dalla categoria dei vegani, ai LOV, pesco-vegetariani, semivegetariani e non vegetariani .
I dati conclusivi ( corretti per età, BMI, stile di vita, fattori socio-demografici : genere, etnia, reddito, istruzione) sono stati i seguenti: l’ etnia nera è associata ad un aumento di incidenza di diabete, come l’ età, il genere maschile, e il BMI più elevato , mentre un reddito maggiore e una migliore qualità del sonno correlavano con un rischio minore.
Le diete vegane, LOV e semivegetariane erano associate con minor incidenza di diabete nei non neri, nel gruppo dei neri invece, solamente la dieta vegana e LOV presentavano questa associazione . Questi risultati suggeriscono come una dieta a base vegetale potrebbe contrastare l’ aumentato rischio di diabete nelle popolazioni nere.

Dei tre tipi di dieta quella che garantisce maggior protezione sembrerebbe essere quella vegana , ma nonostante anche gli altri due tipi abbiano dato risultati sovrapponibili, gli autori suggeriscono di interpretare i risultati con attenzione , dato il bassissimo numero di vegani che hanno sviluppato diabete .
Questi i risultati in percentuale:
- 1.5% dei casi di diabete sulla popolazione esaminata;
- Vegani: 0.54%;
- semivegetariani: 0.92%;
- LOV: 1.08%;
- Pesco-vegetariani 1.29%;
- Non vegetariani : 2.12%.
La protezione potrebbe in parte dipendere dal più basso BMI dei vegetariani rispetto ai non vegetariani, tuttavia, anche escludendo il BMI l’ associazione rimane forte.
Altro fattore di protezione potrebbe essere la minor densità energetica dei cibi vegetali, il minor indice glicemico, il maggior contenuto in fibre.
Le altre caratteristiche delle diete vegetariane con effetto protettivo sono l’ utilizzo di cereali integrali, di legumi , tutti cibi che migliorano il controllo glicemico, rallentano l’ assorbimento dei carboidrati e riducono il rischio di diabete.

Dott.ssa  Donata Decima

Fonte:
- “Vegetarian diets and incidence of diabetes in the Adventist Health Study-2”. Fraser GE et al; Nutr Metab Cardiovasc Dis. 2011 Oct 7
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21983060

- http://www.fondazioneveronesi.it

“Il vino rosso fa bene alla salute”. E invece no perché… la teoria è basata su dati taroccati!

I nostri nonni dicevano che: “Il vino fa buon sangue”. Ancor di più, negli ultimi anni ci siamo più volti sentiti ripetere che: un bicchiere di vino rosso fa bene alla salute, in special modo al cuore e al sistema circolatorio.

E invece no! Niente di più falso!

In effetti, sembrerebbe che il padre di questa scoperta, Dipak Das, docente di chirurgia divenuto direttore del Cardiovascular Research Center della University of Connecticut, proprio grazie ai suoi studi sugli effetti benefici del resveratrolo – la principale molecola antiossidante del vino rosso – abbia incredibilmente falsificato i dati delle sue ricerche, inventando esperimenti e manipolando i risultati in modo che le conclusioni indicassero fatti indirizzati a proprio comodo.

E non lo ha fatto una sola volta!  Ma ben 145 volte, in 26 differenti articoli scientifici!

Questa incredibile storia, è stata resa nota dalla stessa università americana per cui Das lavora, attraverso una corposa inchiesta di 60 mila pagine durata tre anni, con la quale ha segnalato a undici importanti riviste specializzate che le ricerche da loro pubblicate sul vino rosso negli ultimi anni, a firma di Dipak Das e dei suoi collaboratori, si basavano, in realtà, su dati manipolati.
Peraltro, talvolta in maniera grossolana! Secondo il rapporto d’inchiesta, infatti, almeno due tesi di dottorato elaborate nel laboratorio di Das presentano “anomalie e immagini problematiche”.Tutto ebbe inizio alla fine del 2008, con un esposto anonimo, presentato all’amministrazione dell’Università del Connecticut, con il quale si manifestava più di un dubbio sulla bontà dei dati riguardanti le miracolose proprietà antiossidanti del vino rosso e s’invitava l’ateneo a fare approfondite indagini.

Le verifiche partirono subito, anche se nel più stretto riserbo, tanto che Das continuò a portare avanti le sue ricerche. Anzi, per una sorta di par condicio, le estese anche a vino bianco e birra, cercando di dimostrarne i benefici effetti sulla salute. Grazie a questi studi Das conquistò, da un lato le copertine di riviste internazionali e, dall’altro, consistenti finanziamenti federali.

Secondo quanto emerge dal dossier della commissione d’inchiesta, il professor Das era molto solerte nel falsificare i dati, soprattutto nei documenti concernenti le richieste di fondi. Un meticoloso lavoro di taglia e cuci, grazie al quale in alcuni esperimenti spostava, come le tessere di un mosaico, intere bande colorate che rappresentavano la traccia della presenza di specifiche proteine, fino a comporre il puzzle da lui desiderato. L’opposto di quello che ogni vero scienziato quotidianamente fa, o dovrebbe fare, in laboratorio.

Nonostate le prove schiaccianti, il professor Das, si è subito dichiarato estraneo alla vicenda, negando ogni manipolazione. Anzi contrattacando e lamentando “un enorme carico di stress nel suo ambiente di lavoro”  accusando così  i suoi colleghi di “discriminazione razziale”, per via delle sue origini indiane.

Incurante delle accuse di Das, l’amministrazione della Connecticut University, più preoccupata dell’inevitabile figuraccia planetaria rimediata, ha invece avviato immediatamente le pratiche per il licenziamento del ricercatore, come riportato dalla rivista Nature. Attualmente si stà procedendo ad indagare sul possibile ruolo di studenti e collaboratori. “E’ nostra responsabilità correggere le pubblicazioni scientifiche erronee, avvisando i colleghi delle manipolazioni effettuate”, si legge in un comunicato dell’università americana.  Le sentite scuse e il doveroso mea culpa tuttavia  da soli non potevano certamente bastare. L’ateneo statunitense, difatti, ha dovuto anche restituire 890 mila dollari di fondi federali, ottenuti dal Governo americano, grazie alle dichiarazioni fraudolente di Das.

Per approfondire:

http://today.uconn.edu/blog/2012/01/scientific-journals-notified-following-research-misconduct-investigation/

http://blogs.nature.com/news/2012/01/in-vino-non-veritas-red-wine-researcher-implicated-in-misconduct-case.html

Giacomo Pagliaro

Gli effetti del consumo di frutti secchi da una prospettiva OMICA

È stato da poco pubblicato uno studio pioniere riguardante l’ applicazione di tecniche di metabolomica per analizzare gli effetti della dieta mediterranea arricchita con frutti secchi, in pazienti con sindrome metabolica.

Secondo  l’Organizzazione Mondiale della Sanità, questa “costellazione” di disordini metabolici risulta dalla compresenza di almeno tre delle seguenti condizioni: 1) obesità, 2) resistenza all’insulina, 3) ipertensione, 4) bassi livelli di colesterolo HDL e 5) ipertrigliceridemia), colpisce il 20% della popolazione adulta mondiale e risulta  legata a uno stato di infiammazione cronica e stress ossidativo, oltre ad essere associata ad un aumentato rischio di diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari.

Da tempo si sa che la dieta svolge un ruolo cruciale sia nella  prevenzione che nel trattamento della sindrome metabolica. Diversi alimenti, tipici della dieta mediterranea sono da anni sotto osservazione per via dell’ associazione  tra relativo consumo e riduzione delle condizioni patologiche che caratterizzano la sindrome. Tra questi, i frutti secchi, e in particolare noci, mandorle e nocciole,  sono tradizionalmente associate alla dieta mediterranea.

La complessa e densa composizione in  macro e micronutrienti presente nei frutti secchi risulta studiata da tempo (PUFA, MUFA, amminoacidi essenziali, magnesio, fibra alimentare..) .

Questi sembrano contribuire in modo sinergico, al globale effetto protettivo contro l’insorgenza di patologie metaboliche e cardiovascolari.
A rendere il quadro ancora più complesso, vi è la crescente consapevolezza che attualmente le informazioni raccolte in merito potrebbero rappresentare soltanto una visione parziale e incompleta delle potenzialità complessive di questi alimenti, dal momento che altri componenti meno studiati, potrebbero  svolgere un ruolo nella promozione della salute.

Soprattutto, emerge un  particolare interesse per la comprensione del ruolo dei polifenoli nel ridurre il rischio cardiometabolico, tuttavia i meccanismi d’azioni e i singoli composti implicati in questa azione protettiva, non sono ancora del tutto chiari.

I principali polifenoli contenuti nella “pelle” dei frutti secchi sono tannini ad alto peso molecolare (proantocianidine e ellagitannini), i quali una volta ingeriti possono essere assorbiti dall’organismo soltanto dopo che la microflora batterica intestinale li abbia metabolizzati e convertiti in molecole di piú basso peso molecolare (ad ed. le urolitine provenienti dagli ellagitannini delle noci).

Afavorire la ricerca di nuovi legami tra l’alimentazione e gli effetti sulla salute, viene in aiuto la matabolomica.

Si tratta di una tecnologia “omica” in rapida evoluzione , la quale si avvale dell’analisi “non focalizzata” di tutti i metaboliti endogeni ed esogeni contenuti in un fluido biologico, attraverso l’ausilio di strumenti avanzati di NMR o spettrometria di massa, analisi statistica e bioinformatica.

L’approccio metabolomico ha quindi il potere di individuare piccoli cambiamenti nel metabolismo e nell’omeostasi del corpo, ampliando la gamma dei possibili risultati .Un metodo quindi  in grado di rilevare nuovi marcatori (inizialmente non cercati ), indicatori  sia del consumo di un certo tipo di alimenti, sia dei rischi di malattia e dei cambiamenti globali nello stato di salute di un paziente.

Lo studio in riferimento, pubblicato sul Journal of Proteome Research, si basa sull’analisi di campioni di urina di  un gruppo di pazienti con MetS, sottoposti a una dieta ricca di noci, mandorle e nocciole, rispetto a pazienti sottoposti a una dieta ”controllo”, seguiti per 12 settimane.

Come documentato in studi precedenti, i soggetti sottoposti alla dieta ricca di frutti secchi osservarono un miglioramento nei marcatori clinici di stress ossidativo, infiammazione e sensibilità all’insulina.

Dal punto di vista metabolomico, i ricercatori hanno analizzato lo spettro di composti escretati a livello urinario, osservando una serie di cambiamenti significativi dopo il consumo di frutti secchi.  In particolare, nei pazienti sottoposti a una dieta ricca di frutta secca, si osservò un aumento nell’escrezione urinaria di metaboliti del triptofano e della serotonina, un neurotrasmettitore chiave nella trasmissione degli impulsi nervosi, oltre che nella regolazione dell’appetito e del metabolismo.

Tra i marcatori di consumo di frutti secchi, furono identificati anche composti provenienti dal metabolismo batterico dei polifenoli contenuti nelle noci.

L ‘ipotesi che queste molecole possano contribuire alla promozione della salute resta aperta e si fa strada.

Ció che rimane da chiarire é se questi metaboliti abbiano un ruolo diretto o indiretto nella promozione della salute, e dei  meccanismi di azione implicati.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul  seguente link:

http://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/pr200514h

Sara Tulipani

Nuove etichette alimentari per i consumatori

Dopo un percorso lungo quasi quattro anni, l’Unione Europea da martedì 22 novembre ha reso effettiva la legge che rende uniformi le etichette in tutti gli Stati dell’Unione Europea. Il nuovo regolamento è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Cambia l’etichetta degli alimenti in Unione Europea e diventa obbligatoria l’indicazione delle informazioni nutrizionali fondamentali e di impatto sulla salute: si impone l’ evidenziazione della presenza di allergeni anche per i cibi non imballati, ad esempio quelli venduti nei ristoranti o nelle mense. Il nuovo regolamento, inoltre, prevede il divieto di indicazioni fuorvianti sulle confezioni e una dimensione minima delle etichette, per renderle più facilmente leggibili.

La varietà degli alimenti disponibili è notevolmente aumentata, così come le loro ricette e caratteristiche. In Europa sovrappeso, obesità e malattie varie riconducibili a diete squilibrate e stili di vita poco salutari, hanno assunto grande rilevanza. Da qui è nata l’esigenza di offrire ai consumatori accurate informazioni sul valore energetico e sulle proprietà nutrizionali di tutti i prodotti in vendita. L’obiettivo è quello di rendere più semplice per i consumatori scoprire i segreti dei prodotti esposti sugli scaffali dei supermercati e creare uniformità in tutta Europa.

La notizia è stata resa nota dalla Coldiretti che ha sottolineato come con  la nuova norma si sostituisce “una vecchia direttiva del 1979” e si estende l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza di tutte le carni fresche: dalla carne suina al pollame, dalla carne ovina alla caprina, come già avviene con la bovina (chi non ricorda  l’emergenza mucca pazza!).

Una decisione importante – commenta la Confederazione italiana agricoltori – che interessa circa 500 milioni di consumatori in Europa. Si va nella direzione indicata dall’Italia che, con una legge approvata dal Parlamento, allarga a tutti i prodotti l’obbligo di indicare in etichetta l’origine”.  “Un passo avanti verso la sconfitta della piaga dell’italian sounding – dice Confagricoltura –. Il testo obbliga, infatti, a indicare in etichetta la provenienza degli ingredienti agricoli qualora la descrizione e/o l’illustrazione dell’alimento possa indurre in errore”.

E’ previsto invece, per l’estensione dell’obbligo di indicare l’origine in etichetta ad altre categorie di prodotto, un percorso a tappe: 2 anni per le  carni trasformate in salumi o altro e 3 anni per  latte e derivati.

Tra le novità più importanti del regolamento si evidenziano:

- Dichiarazione nutrizionale obbligatoria. La novità di maggior rilievo è che tutti gli alimenti confezionati devono avere una tabella nutrizionale che indichi: il valore energetico e le quantità  di grassi, acidi grassi saturi, carboidrati, proteine, zuccheri e sale ( riferiti a 100 g o 100 ml di prodotto). Come succede nel Regno Unito, potranno essere usati i semafori per indicare i cibi che contengono troppi grassi o zuccheri.

- Indicazioni fuorvianti. I consumatori non devono essere fuorviati dalla presentazione degli imballaggi alimentari, dal loro aspetto, dalla descrizione, dalla presentazione grafica. Devono essere facilmente identificabili gli alimenti simili ad altri, ma prodotti con ingredienti diversi (come, ad esempio, i “simil-formaggi” prodotti con materie vegetali). La carne o il pesce ottenuti dalla combinazione di più parti dovranno essere indicati come “carne/pesce ricomposti”.

- Allergeni. Le informazioni sugli allergeni devono essere fornite anche per cibi non imballati, ad esempio quelli venduti nei ristoranti o nelle mense. Si dovrà ripetere il nome dell’allergene ogni qualvolta esso sia presente in più ingredienti e in coadiuvanti tecnologici impiegati nella preparazione dell’alimento. Nella lista degli ingredienti, inoltre, la loro presenza deve essere enfatizzata mediante un carattere, uno stile o uno sfondo differente rispetto a quello degli altri ingredienti.

- Dimensione minima. Le indicazioni obbligatorie sulle etichette devono essere stampate in modo da assicurarne chiara leggibilità. Per questo il carattere tipografico non deve essere inferiore a 1,2 mm (0,9 mm per le confezioni più piccole).

- Scadenza. La data di scadenza deve essere riportata anche su ogni singola porzione preconfezionata.

- Luogo di provenienza. È obbligatorio indicare il Paese d’origine o il luogo di provenienza delle carni fresche e congelate delle specie suina, ovina, caprina e pollame (così come era già stato previsto per quella bovina dopo l’emergenza mucca pazza). Il vincolo scatta entro due anni (entro tre per l’obbligo di indicare l’origine di latte e derivati).

- Acqua e ingredienti volatili aggiunti. Dovranno essere dichiarati solo se nel prodotto finito la loro presenza è superiore al 5%. Mentre dovranno essere sempre citati se aggiunti alla carne, alle preparazioni di carne, ai prodotti della pesca non processati.

- Caffeina. Tutte le bibite (escluse tè, caffè e bibite a base di queste ultime) che contengono più di 150 mg/l di caffeina devono riportare nello stesso campo visivo del loro nome, oltre alla scritta “Tenore elevato di caffeina”, introdotta nel 2002, anche l’avvertenza “Non raccomandato per bambini e donne in gravidanza o nel periodo di allattamento”.

- Insaccati. Gli insaccati devono indicare quando l’ involucro non è commestibile.

- Oli e grassi vegetali. Non basta più scrivere “oli/grassi vegetali”, bisogna indicare la tipologia ( di soia, arachide, palma, etc.).

- Scongelato. Se un alimento è stato congelato o surgelato prima della vendita e viene venduto scongelato, deve riportare sull’etichetta la dicitura “scongelato”.

- Congelati e surgelati. Bisogna indicare giorno, mese e anno di surgelazione o congelamento per la carne e nelle preparazioni a base di carne e nei prodotti non trasformati a base di pesce che sono stati congelati.

Tutte le diciture obbligatorie delle etichette devono essere nello stesso campo visivo della denominazione di vendita. Se la superficie della confezione è inferiore a 10 cm² basta riportare le informazioni essenziali (come allergeni, scadenza, peso netto, denominazione di vendita).

Di seguito trovate il link del sito dove è possibile scaricare gratuitamente l’e-book di 50 pagine di Dario Dongo “L’etichetta”, che analizza tutte le novità del regolamento varato dalla Comunità Europea:

http://www.ilfattoalimentare.it/etichette-alimentari-nuova-legge-europea-libro-dario-dongo.html

Elisabetta Marotti

È legge il provvedimento sulle cure palliative e la terapia del dolore

c_17_primopianonuovo_268_fotoaperturaIl 9 marzo 2010 è stato approvato in via definitiva dalla Camera dei Deputati il Ddl sull’«accesso alle cure palliative e terapia del dolore». Il sottosegretario alla Salute Francesca Martini esprime «grande soddisfazione» per l’approvazione del Ddl che diviene così legge dello Stato: «Abbiamo approvato una legge innovativa – ha detto Martini – che ritengo importantissima perché pone il tema del dolore quale parte integrante e irrinunciabile del percorso terapeutico del paziente e che tiene conto del valore, della dignità e dell’integrità della persona assicurando l’equità nell’accesso all’assistenza e l’appropriatezza rispetto alle specifiche esigenze dei malati».
«Voglio sottolineare in particolare – ha aggiunto – che il testo, nell’articolo 7, prevede la rilevazione del dolore e della somministrazione di farmaci antalgici in cartella clinica». Altri punti della legge fondamentali sono le reti della terapia del dolore e delle cure palliative che garantiranno risposte assistenziali su base regionale ai pazienti, facilitando così l’accesso sia alle cure palliative che alla terapia del dolore. Fondamentale anche la semplificazione della prescrizione dei farmaci oppiacei non iniettabili, prevista dalla legge, che consentirà ai medici del Servizio sanitario nazionale di prescrivere tale classe di farmaci non più su ricettari speciali ma utilizzando il semplice ricettario bianco. Il Ministero avrà inoltre un ruolo fondamentale nella concreta attuazione della presente legge.

La legge è stata approvata con un «sì» ampiamente bipartisan, sostenuto da tutti gli schieramenti: i voti a favore sono stati 476, nessuno contrario, solo due le astensioni.

Fonte: www.ilsole24ore.com

Il Testo di Legge è disponibile cliccando su questo link.

Nuovo Master in Alimentazione e Dietetica Vegetariana

Siamo particolarmente lieti ed orgogliosi di annunciare che l’Università Politecnica delle Marche, con il patrocinio della Fondazione Umberto Veronesi e la collaborazione della Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana, ha attivato il nuovo Master in Alimentazione e Dietetica Vegetariana On-Line.
Le iscrizioni, aperte a partire dal 23 novembre 2010, potranno essere effettuate in qualsiasi giorno dell’anno.

Per qualsiasi informazione, vi invitiamo a visitare il sito www.funiber.it e www.univpm.it, dove potrete scaricare i bandi e i moduli di iscrizione al Master, o a contattarci all’indirizzo e-mail univpm@funiber.it, oppure telefonando ai seguenti numeri: 071 220 4160, 071 220 4108, 3393982164.

Farmaci off-label, non placebo, sono la vera preoccupazione

farmaci1Uno studio condotto da Jon Tilburt, pubblicato sul British Medical Journal nel 2008, ha dimostrato che metà dei medici americani che hanno partecipato a un sondaggio su scala nazionale dice di prescrivere regolarmente ai pazienti dei placebo.

Questa notizia ha catturato molto l’attenzione dei media e ha suscitato la reazione di molti esperti, i quali si chiedono se sia giusto ingannare sistematicamente i pazienti dando loro dei placebo senza che ne sappiano nulla. Ma c’è un documento, pubblicato sul Public Library of Science Journal, che solleva un problema ancor più serio: la prescrizione di farmaci off-label.

Nel 2001, ultimo anno di cui sono disponibili i dati, i medici americani avrebbero prescritto 150 milioni di farmaci off-label (medicinali prescritti per ragioni diverse da quelle per le quali sono stati approvati). Si tratta del 21 per cento di tutte le prescrizioni fatte per 160 dei farmaci più comunemente utilizzati negli Stati Uniti. Circa i tre quarti di tutte le prescrizioni off-label sono state effettuate per condizioni per le quali vi era scarso o nessun supporto scientifico.

I produttori di questi farmaci sembrano ritenere che la pratica sia etica. Nell’articolo, due medici ricercatori, Adriane Fugh-Berman e Douglas Melnick, sostengono che, nonostante sia illegale promuovere l’utilizzo di farmaci per uso off-label da parte delle aziende farmaceutiche, queste trovano ugualmente il modo di farlo.

In questi casi, la Food and Drug Administration statunitense approva il farmaco con l’indicazione di una patologia rara o poco comune, fattore che ne garantisce una più rapida approvazione, mentre l’azienda prepara una campagna che ne promuove l’utilizzo off-label per usi per i quali nessun dato è stato visionato dalla FDA.
La chiave per incoraggiare l’uso off-label è quello di assicurarsi che non sia l’azienda a proporre un uso simile del farmaco, ma i medici ritenuti “opinion leader”, i quali sono liberi di dire ciò che vogliono sui suoi possibili utilizzi off-label.

La promozione di eventuali usi off-label è supportata anche da convegni scientifici (eventi ovviamente non sponsorizzati dalle aziende farmaceutiche). Queste pratiche sono talmente redditizie che alcune aziende farmaceutiche continuano a perseguirle anche a rischio di pesanti multe. Nonostante negli ultimi anni molte aziende abbiano dovuto pagare miliardi di dollari di multe, la promozione dell’utilizzo di farmaci off-label continua a fiorire.

L’articolo è reperibile al seguente link:

http://www.plosmedicine.org/article/info:doi/10.1371/journal.pmed.0050210

Nutrition and Metabolism – Nu.Me. – 2nd International Mediterranean Meeting

Ocongressobesità e diabete sono due mali che si stanno espandendo sempre più velocemente nei paesi industrializzati. Gli indici di prevalenza del diabete di tipo 2 hanno spinto l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a parlare di una vera e propria “epidemia”, una tendenza che rischia di creare seri problemi di salute a milioni di persone nel prossimo futuro.

Di fronte ad un simile scenario, l’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI) ha voluto dedicare il  2° Incontro Internazionale Mediterraneo Nu.Me. (Nutrizione e Metabolismo) proprio ai temi legati a diabete ed obesità, con un’attenzione particolare al mondo dell’infanzia e della malnutrizione. Il congresso, che si svolgerà dal 16 al 19 Giugno nella città di Granada, vedrà la presenza di istituzioni scientifiche, studiosi ed esperti di nutrizione provenienti da Israele, Grecia, Italia, Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna ed altri paesi del Mediterraneo.

Termini come “globesità” o “diabesità” sono sempre più usati dai professionisti della salute, a riprova del carattere “epidemico” di queste malattie. La Nutrigenomica e la Nutrigenetica rappresentano invece nuove discipline scientifiche nate proprio per cercare di capire quale tipo di impatto hanno le nostre abitudini alimentari sul funzionamento metabolico del corpo umano a livello molecolare.

Ecco alcune delle tematiche che verranno affrontate e discusse nelle conferenze a cui i partecipanti potranno assistere: strategie educative di prevenzione dell’obesità infantile, educazione nutrizionale pediatrica, rapporto tra colazione e salute, terapie per l’obesità viscerale, cambiamenti metabolici in seguito a chirurgia bariatrica, ruolo dei micronutrienti nella prevenzione delle malattie cardiovascolari, nutrizione artificiale; inoltre, per la prima volta in una conferenza di ambito nutrizionale, si discuterà del rapporto tra le malattie paradontali e le malattie croniche come il diabete e l’obesità.

I ricercatori interessati alla pubblicazione di un articolo scientifico o di un poster, possono inviare il loro contributo alla segreteria scientifica dell’evento. Dopo valutazione da parte del comitato scientifico, i migliori lavori verranno commentati nella sessione plenaria di sabato 19 giugno. È possibile scaricare tutte le informazioni e i moduli di iscrizione a questo link, oppure contattare direttamente gli organizzatori dell’evento telefonando al numero 0763-391751, o inviando una mail all’indirizzo info@viva-voce.it. La registrazione anticipata potrà essere effettuata fino al 30 aprile 2010, dopo tale data verrà applicato un sovrapprezzo del 20%.

L’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica è orgogliosa di presentare questo progetto con la collaborazione e il sostegno della Società Andalusa di Nutrizione Clinica e Dietetica, la Società Spagnola di Paradontologia e la Fondazione Universitaria Iberoamericana (FUNIBER), istituzioni che contribuiranno in modo sostanziale alla realizzazione di questo evento.

Tutte le informazioni riguardanti l’evento e i moduli di iscrizione per parteciparvi sono disponibili attraverso il seguente link:

http://www.funiber.it/ultime-notizie/nutrition-and-metabolism-nume-2nd-international-mediterranean-meeting-granada-spagna/

Chicken a la Carte

Cari lettori,

il 2010 è da poco cominciato e all’alba di questo nuovo decennio che si apre, vorremmo proporvi un momento di riflessione.

È dedicato e raccomandato a tutti coloro che hanno a cuore i temi dell’alimentazione e della nutrizione: è un video che ci aiuta a non dimenticare quello che succede ogni giorno dietro l’angolo. Questo documentario, dal titolo “Chicken a la Carte”, è stato selezionato come il miglior cortometraggio tra i 3.600 presentati al Festival di Berlino di qualche anno fa. Le immagini mettono in evidenza una delle contraddizioni tipiche del nostro tempo, ed è difficile non restarne colpiti.

Dura 6 minuti, ma vale la pena vederlo fino all’ultimo secondo.



Immagine anteprima YouTube