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Una mela al giorno contro le malattie autoimmuni

Il vecchio proverbio “Una mela al giorno leva il medico di torno” secondo una nuova ricerca risulta assai vero, tuttavia prerogativa fondamentale è che si mangi anche la buccia, oltre al resto del frutto.

Infatti,  il consumo quotidiano di mele, con relativa buccia, potrebbe rivelarsi utile nel prevenire i disturbi legati ad infiammazioni intestinali, compresi la colite ulcerosa, il morbo di Crohn e altre malattie autoimmuni.

É quanto afferma una nuova ricerca della Montana State University, diretta dal Dottor David Pasqual (sezione Dipartimento di Immunologia e Malattie Infettive), pubblicata su “Journal of Leukocyte Biology“.

Secondo la suddetta ricerca infatti, i polifenoli contenuti all’interno della buccia della mela sarebbero in grado di sopprimere l’attivazione delle cellule T, cellule fondamentali del processo immunitario, riuscendo così a moderare l’infiammazione del colon.

Ai fini dello studio, il Dr. Pascual e il suo team di ricerca, hanno utilizzato un modello di colite indotta chimicamente, attraverso l’utilizzo del DSS (Destrano sodio solfato).  Il test è stato condotto su dei topi da laboratorio, che sono stati divisi in due gruppi distinti: ad un gruppo è stato somministrato un placebo e all’altro i polifenoli derivanti dalla buccia di mela.

I risultati dimostrerebbero come i polifenoli causino numerosi benefici.

I topi trattati con i polifenoli non sviluppavano colite, avevano inoltre un minor numero di cellule T attivate nel colon,  inoltre quando i topi consumatori erano privi di linfociti T, i polifenoli reprimevano le citochine pro-infiammatorie (responsabili  dello scatenarsi dell’ l’infiammazione).

Conseguentemente a tale ricerca  il Dr.Pascual ed i suoi colleghi hanno dedotto che l’azione dei polifenoli si concretizzi attraverso  l’eliminazione  delle cellule T o quelle di reclutamento, impedendo così a queste ultime  di attaccare l’organismo.

Tale studio  sarebbe il primo, a dimostrare un ruolo così decisivo delle cellule T mediato dai polifenoli, nella protezione contro una malattia autoimmune  ed ancora una volta, metterebbe in evidenza come spesso siano proprio sostanze  semplici  e naturali a risultare le più efficaci nel mantenimento della buona salute.

A tal proposito il Dr. Wherry dice:”Oltre agli evidenti benefici sulla salute  dei nutrienti e delle fibre contenuti in frutta e verdura, questo studio indica che  qualcosa di relativamente comune come la mela contienga  ingredienti sani  e quindi di  grande valore terapeutico“.

Gli autori dello studio suggeriscono che tali risultati, potrebbero portare alla creazione di nuove terapie per le persone con disturbi legati ad infiammazioni intestinali, la mela potrebbe quindi essere un rimedio naturale   tale da risultare complementare alle terapie convenzionali.

Infine i ricercatori concludono: “I nostri risultati mostrano che una sostanza naturale contenuta nella buccia di  mela,possa sopprimere l’infiammazione del colon, la sua attività infatti contrapponendosi alle cellule T infiammatorie permetterebbe  di migliorare la resistenza contro le malattie autoimmuni“.

Per poter leggere l’abstact dell’articolo cliccare sul seguente link:
http://www.jleukbio.org/content/early/2011/06/19/jlb.0311168.abstract?cited-by=yes&legid=jleub;jlb.0311168v1

Francesca Trinastich

Deficit di carnitina nei vegetariani

I vegetariani a differenza di coloro che non lo sono, sembra abbiano  una ridotta capacità di trasportare ed imagazzinare la carnitina all’interno del muscolo, avendo inoltre una maggior capacità di ritenzione, ossia sembrerebbero in grado eliminarne una minor quantità. Lo afferma una nuova ricerca inglese pubblicata sull’ American Journal of Clinical Nuticion.

La carnitina ha un ruolo essenziale nel metabolismo dei grassi e dei carboidrati,si trova principalmente negli alimenti di origine animale, come la carne rossa ed i latticini. Il 95% della carnitina totale presente nel corpo umano viene imagazzinata nel tessuto muscolare scheletrico.

Poichè  questo amminoacido viene sintetizzato a partire da altri due aminoacidi essenziali (non sintetizzabili dall’organismo a velocità sufficiente per soddisfare le richieste metaboliche), le persone che seguono una dieta vegetariana potrebbero manifestare deficit di carnitina.

I benefici della carnitina :

La carnitina risulterebbe avere molteplici proprietà  benefiche per il nostro organismo.

Oltre ad avere infatti  positive ricadute  sull’apparato cardiovascolare,  sono stati osservati positivi effetti  anche sul sistema nervoso tanto da risultare” dimagrante” ,a causa del suo ruolo nel trasporto di acidi grassi a catena lunga.

Numerosi studi hanno inoltre riportato la sua azione sull’attività muscolare  dove ridurrebbe la formazione di acido lattico e mantenimento del glicogeno, sembra inoltre abbia un azione positiva anche sull’aumento della massa muscolare.

La carnitina, quindi, migliorerebbe la performance sportiva in quelle condizioni dove risulti  importante risparmiare  glicogeno ed ossidare prevalentemente i grassi (maratona, ciclismo di durata, trhiatlon). Essa inoltre permetterebbe agli atleti di lavorare più intensamente e per maggior tempo aumentando l’energia disponibile,poichè trasporta e metabolizza i grassi e li trasforma in energia.

I vari effetti della carnitina a livello dei muscoli sono: aumentare  forza e resistenza, mitigare la stanchezza fisica e mentale, promuovere e sostenere lo sviluppo di nuova massa muscolare, ridurre lesioni e dolori muscolari, accelerare la rigenerazione e quindi la ripresa fisica.

Nonostante i numerosi studi effettuati relativi ai benefici sulla performance sportiva, i pareri sulla  carnitina risultano ad oggi ancora controversi. Chiaramente saranno necessari ulteriori studi, ben condotti e metodologicamente corretti, in grado di  chiarire la reale utilità della carnitina in ambito sportivo.

Lo studio

I ricercatori della scuola di Medicina dell’Università di Nottingham nel Regno Unito, hanno voluto verificare l’ipotesi che la ritenzione della carnitina nel muscolo sia maggiore nei vegetariani rispetto a chi non lo è.

Ai fini dello studio sono state reclutate 17 persone vegetariane e 22 non-vegetariane, i partecipanti erano tutti sani e con un’età media di 22 anni. I volontari hanno partecipato a due studi.

Nel primo studio hanno partecipato 11 persone vegetariane (7 uomini e 4 donne) e 14 persone non-vegetariane (il campione era composto da  uomini che si alimentavano con carni rosse , in media due volte a settimana).

Costoro hanno ricevuto per via endovenosa L-carnitina.  La L-carnitina è lo stereoisomero biologicamente attivo della carnitina.

Nel secondo studio hanno partecipato 8 persone vegetariane di età compresa tra 8-14 anni e 8 persone non-vegetariane. I parecipanti hanno ricevuto 4,5 g di L-carnitina tartrato, disciolti in 200 ml di acqua e sono stati invitati a raccogliere le loro urine ogni 24 ore.

I risultati dello studio hanno evidenziato  che  nei vegetariani la carnitina risultava in concentrazioni più basse sia nel sangue che nei muscoli, rispetto ai non-vegetariani. In particolare la concentrazione plasmatica totale di carnitina risultava del 16% più bassa nei vegetariani, rispetto ai non-vegetariani, cosí come il contenuto di carnitina muscolare totale, era del 33% più basso ed i livelli del trasportatore e dell’espressione proteica erano del 37% più bassi.

A favore dei vegetariani è stata osservata una maggiore ritenzione di carnitina, dopo aver assunto una singola dose di L-carnitina, cosí come dopo 24 ore l’escrezione di carnitina totale nelle urine risultava ridotta del 58% .

Nonostante ció, dopo un duro allenamento, è possibile che le persone che seguono una dieta vegetariana mostrino un deficit funzionale di L-Carnitina, ed in tal caso si possono assumere degli integratori oppure optare per alimenti vegetariani arricchiti con sostanze nutritive, come hamburger di soia o hot dog di soia.

Esistono anche fonti naturali di carnitina quali: noci e semi, legumi, verdure come carciofi, asparagi, barbabietole, broccoli, cavoletti di bruxelles, aglio,  prezzemolo; frutti come albicocche e banane; cereali come grano saraceno, granturco, miglio, farina d’avena, crusca, frumento integrale, germe di grano;  altri alimenti come il polline, il lievito di birra, la carruba, e la verza. Anche l’avocado e il Tempeh (semi di soia fermentati), sono buone fonti di carnitina.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:
http://www.ajcn.org/content/94/3/938.long

Francesca Trinastich

Le proteine della soia allontanano il colesterolo ‘cattivo’

La supplementazione nutrizionale di proteine della soia, puó migliorare il nostro profilo lipidico, aumentando nel sangue il colesterolo ‘buono’ HDL, e riducendo quello ‘cattivo’, LDL.

Lo afferma una nuova ricerca americana condotta dalla Tulane University School, USA, e pubblicata sull’European Journal of Clinical Nutrition.

Numerosi studi precedenti avevano già mostrato come, le proteine della soia siano in grado di ridurre il colesterolo ‘cattivo’ LDL, aumentano quello ‘buono’ HDL,  i ricercatori statunitensi hanno notato che queste ricerche avevano effettuato una comparazione solo rispetto alle proteine del latte. Tuttavia, l’effetto delle proteine della soia sui lipidi, comparato a quello dei carboidrati non risulta ancora approfondito.

I ricercatori di coseguenza hanno voluto studiare l’effetto delle proteine di soia e di quelle  del latte sui lipidi e sulle lipoproteine, comparato a quello dei carboidrati.

A tale scopo sono stati reclutati 352 americani adulti, (età media 47,7 anni), con livelli normali di colesterolo nel sangue (senza ipercolesterolemia).

Lo studio è durato da settembre 2003 ad aprile 2008. Durante tale periodo, i volontari sono stati divisi in tre gruppi, ciascuno avente il proprio supplemento giornaliero.

Il primo gruppo ha ricevuto 40 grammi al giorno di proteine di soia.

Il secondo ed il terzo gruppo  gruppo hanno ricevuto la medesima dose  ma rispettivamente costituita una da proteine del latte, l’altra da carboidrati complessi.

I campioni di sangue sono stati raccolti a digiuno durante la notte ed al termine di ogni fase di intervento.

Dopo otto settimane di supplementazione, i volontari sono stati esaminati.

I ricercatori hanno spiegato che rispetto ai carboidrati o alle proteine del latte, la supplementazione con le proteine della soia risulterebbe significativamente associata ad una netta variazione del colesterolo totale e del rapporto colesterolo totale / HDL.

Rispetto alle proteine del latte, la supplementazione con le proteine della soia aumenterebbe  in modo significativo l’HDL  riducendo significativamente il rapporto colesterolo totale / HDL, così come  i livelli del colesterolo LDL.  Comparate con le proteine del latte, la proteine della soia avevano aumentato di 1.54 mg/dl i livelli di colesterolo HDL e fatto calare  di 0.14 mg/dl i livelli di colesterolo totale.

Semplici cambiamenti nello  stile di vita, come ad esempio l’inserimento delle proteine di soia all’interno propria dieta,  possono avere un  positivo impatto sulla salute.

Le ricerche in tale direzione continuano a  l’importanza che le proteine della soia possano avere  nel  ridurre i livelli di colesterolo LDL, bio-marcatore del rischio coronarico

Una delle  autrici dello studio, la Dott.ssa Elaine Krul afferma :”La malattia coronarica rappresenta il killer numero uno tanto per le  donne quanto per gli uomini a livello globale,  l’abbassamento dei lipidi nel sangue, riduce il rischio di malattie coronariche ed ictus”, ed ha aggiunto: “I risultati dello studio hanno dimostrato che il consumo delle proteine di soia può aiutare a mantenere più bassa la concentrazione dei lipidi nel sangue, contribuendo così a ridurre il rischio di malattie coronariche in individui sani“.

I ricercatori concludono: “crescenti evidenze dimostrerebbero che il consumo di proteine della soia al posto delle proteine animali ridurrebbe i livelli di colesterolo nel sangue , offrendo anche notevoli benefici cardiovascolari”.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:
http://www.nature.com/ejcn/journal/vaop/ncurrent/full/ejcn2011168a.html

Francesca Trinastich

Zenzero: puó ridurre il rischio di cancro del colon

Lo zenzero possiede proprietà antinfiammatorie che possono incidere in modo significativo nel ridurre l’infiammazione del colon e possono, dunque, contrastare il rischio di sviluppare il cancro del colon-retto.

Questo è quanto afferma una recente ricerca condotta dalla Michigan Medical School, negli Stati Uniti. Secondo i risultati, pubblicati sulla rivista Cancer Prevention Research, il consumo regolare della radice di zenzero o dei suoi supplementi potrebbe ridurre il rischio di cancro al colon.

Lo studio è stato condotto su 30 volontari, i quali, sono stati invitati a prendere un integratore di 2 grammi di estratto di radice di zenzero o un supplemento placebo, ogni giorno per 28 giorni.
I livelli d’infiammazione dell’intestino sono stati misurati prima e dopo l’esperimento, mediante l’analisi di campioni, volta a rilevare i livelli di ecosanoidi: sostanze chimiche note per la capacità di aumentare l’infiammazione dell’intestino.

Alla fine dello studio i risulati hanno così evidenziato una significativa riduzione dei livelli di ecosanoidi, suggerendo che lo zenzero abbia un ruolo potenziale in questa riduzione.

Le persone che avevano consumato regolarmente supplementi di zenzero mostravano una riduzione del 28% dell’infiammazione del colon rispetto a coloro che avevano consumato dei supplementi placebo.

L’infiammazione del colon è un importante precursore del cancro al colon, per cui la sua riduzione rappresenta una possibilità nel prevenire lo sviluppo di tale malattia.  Lo zenzero è dunque indicato come potenziale agente preventivo.

I 2 grammi di estratto di zenzero, contenuti nel supplemento utilizzato per lo studio, corrispondono a circa 20 grammi di radice di zenzero crudo, probabilmente una quantità superiore a quella che la maggior parte delle persone consumerebbe nella propria dieta.

Questa ricerca avvalora numerosi studi precedenti che hanno individuato lo zenzero come agente antinfiammatorio e antitumorale. Tuttavia l’autore principale dello studio, la Dr.ssa Suzanna Zick, sottolinea che i risultati sono ancora in fase preliminare e spiega: “Non ci sono ancora basi solide che confermino la sua prevenzione dal cancro al colon. È troppo presto per poter dire che lo zenzero ha proprietà antitumorali”.
Sulla base di questi promettenti risultati sono necessari e giustificati ulteriori studi su persone che hanno un alto rischio di sviluppare il cancro colon-rettale.

Per poter leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:
http://cancerpreventionresearch.aacrjournals.org/content/early/2011/10/07/1940-6207.CAPR-11-0224.abstract

Francesca Trinastich

Gli antiossidanti del cacao proteggono il cuore

Mangiare cacao fa bene al cuore.

Secondo una recente ricerca condotta dall’Harvard School of Public Health, il consumo di prodotti a base di cacao, porterebbe ad un miglioramento della pressione arteriosa e all’aumento dei livelli di HDL, il colesterolo buono.

I polifenoli, naturalmente presenti nel cacao, sono potenti antiossidanti facenti parte del gruppo dei flavonoidi. Fra i prodotti a base di cacao, la polvere, contiene il livello più elevato di flavonoidi, seguita dal cioccolato fondente e da quello al latte.

I ricercatori, guidati dal Dott. Mark Shrime, hanno eseguito una meta-analisi di 24 studi random e controllati. I dati disponibili provenivano da 1106 partecipanti.

I risultati, pubblicati sul Journal of Nutrition, hanno evidenziato un aumento significativo dei livelli del colesterolo HDL dopo il consumo di cacao. I maggiori effetti sono stati riscontrati dopo il consumo  giornaliero di 500 mg di flavonoidi. Inoltre, al consumo di cacao è stata associata una diminuzione media di 1,6 mmHg della pressione sistolica.

I ricercatori indicano che questo è importante come risultato, poiché dimostrerebbe che un abbassamento di soli 2 mmHg della pressione sistolica, potrebbe portare alla diminuzione del 6% circa dei decessi per ictus, del 4% dei decessi per malattie cardiache e del 3%  dei decessi in generale.

Oltre al resto,  è stato osservato che, il consumo di cacao, grazie alla presenza dei flavonoidi, potrebbe essere associato ad una diminuzione dell’insulino- resistenza.

Visti i risultati, i ricercatori concludono che: “Il consumo di cacao, ricco di flavonoidi, migliorerebbe in modo significativo la pressione arteriosa, l’insulino-resistenza e il profilo lipidico“.

La meta-analisi di tale ricerca supporterebbe i risultati di un’altra meta-analisi, effettuata dai ricercatori dell’Ospedale Universitario di Colonia, la quale aveva rilevato che il consumo di cacao ha effetti significativamente positivi sull’ipertensione. Nelle pagine degli Archives of Internal Medicine i ricercatori di Colonia affermano: “La grandezza degli effetti ipotensivi del cacao è clinicamente degna di nota” (2007, Vol. 167, pp 626-634.).

Studi recenti dimostrano i diversi effetti positivi dei polifenoli sulla salute. Si ritiene infatti che questi ultimi possano ridurre l’insorgenza del cancro, delle malattie cardiovascolari e dell’artrite reumatoide; inoltre, si ritiene abbiano benefici effetti antinvecchiamento.

Questo studio ha fornito un’ulteriore conferma sul ruolo salutare e cardioprotettivo dei flavonoidi presenti nel cacao.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:
http://jn.nutrition.org/content/early/2011/09/28/jn.111.145482.abstract

Francesca Trinastich

Frutta a polpa bianca anti-ictus

Secondo un nuovo studio il consumo di verdura e frutta a polpa bianca come mele e pere, potrebbe  proteggere dall’ictus, riducendone il rischio fino al 52%.

La  nuova ricerca è stata pubblicata su Stroke, la rivista del Journal of the American Heart Association.

Il gruppo di ricercatori olandesi ha seguito, in 10 anni, 20.069 soggetti, il gruppo comprendeva persone con un’età media di 41 anni, esenti da malattie cardiovascolari.

I ricercatori hanno osservato che la frutta a polpa bianca, ricca di flavonoidi ‘quercitina’, risultava efficace nella riduzione dell’ictus, rispetto alla frutta appartenente ad altri gruppi di colore, come per esempio, il verde, l’arancione/giallo e il rosso/viola.

Nel corso dei 10 anni di studio sono stati diagnosticati 233 casi di ictus. Il rischio d’incidenza di ictus risultava il  52% più basso, per le persone che assumevano grandi quantità di verdura e frutta a polpa bianca, se confrontati con coloro che invece ne assumevano poca.

Secondo i questionari compilati dai partecipanti allo studio il 55% della frutta bianca consumata era rappresentato da mele  e pere, secondo i questionari compilati dai partecipanti allo studio; banane, cavolfiore, cicoria e cetriolo sono stati ulteriori  alimenti consumati della categoria bianca.

I ricercatori hanno trovato che l’incremento per giorno di 25 grammi di frutta “bianca”e verdura, risultava associato ad una riduzione in più del 9 % del rischio di ictus, mentre non risulta nessuna relazione tra frutta e verdura, appartenenti ad altri colori come il verde (verdure a foglia verde, verza e lattughe), l’arancione / giallo (per lo più agrumi) o il rosso / viola ( ciliegie, uva e fragole).

I ricercatori, per tener conto delle variazioni stagionali, hanno valutato separatamente il consumo di frutta e verdura durante l’inverno e l’estate. In totale il maggior tipo di frutta e verdura consumata, era quella appartenente alla categoria ‘bianca’ (36%) e ‘arancione / giallo’ (29%). Relativamente alla frutta  bianca, quella comunemente consumata era rappresentata dai  frutti duri (55%).

I ricercatori sottolineano che sono comunque necessari ulteriori studi, per validare in modo definitivo i risultati.

Una delle autrici dello studio, la Dr.ssa Linda M Oude Griep, conclude: “Per prevenire l’ictus, può essere utile consumare una considerevole quantità di frutta bianca e verdura”. “Ad esempio, mangiare una mela al giorno è un modo semplice per aumentare il consumo di frutta bianca e verdura. Tuttavia, altri  gruppo di frutta e verdura di differenti colori possono proteggere contro altre malattie croniche. Pertanto, è importante consumare molta frutta e verdura. “

L’articolo è liberamente scaricabile cliccando sul link:

http://stroke.ahajournals.org/content/early/2011/09/15/STROKEAHA.110.611152.full.pdf+html

Francesca Trinastich

Probiotici contro l’ansia e la depressione

Sembra che i batteri probiotici, i cosiddetti batteri ‘amici’ presenti nell’intestino, abbiano la capacità di  alterare la neurochimica cerebrale e trattare i disturbi d’ansia e depressione.

È quanto afferma una nuova ricerca pubblicata su Proceedings National Academy of Sciences, condotta dai ricercatori dell’University College di Cork, in Irlanda, guidati dal professor John Cryan.

Dall’analisi dei risultati dello studio è emerso che : i topi alimentati con Lactobacillus rhamnosus (JB-1), mostravano un numero significativamente inferiore di compartamenti legati ad ansia, stress e depressione, rispetto ai  topi alimentati esclusivamente con brodo; il consumo dei probiotici inoltre riduceva in maniera significativa l’ormone dello stress, il corticosterone.

Fornendo ai topi un regolare apporto nutrizionale del ceppo Lactobacillus, i ricercatori hanno osservato che quest’ultimo causava cambiamenti nell’espressione dei recettori, in particolare del neurotrasmettitore GABA nel cervello , dimostrando per la prima volta, un potenziale effetto diretto dei probiotici sul cervello.

Il professor John Cryan afferma: “Questi risultati evidenziano il   ruolo decisivo che i batteri intestinali, svolgono nella comunicazione bidirezionale esistente tra intestino e  cervello,  aprendo così  l’opportunità futura  di sviluppare interessanti  strategie microbiche,  per il trattamento dei disturbi psichiatrici legati allo stress come l’ansia e la  depressione “.

Questo studio ha  dunque identificato una via, attraverso la quale certi organismi intestinali possono alterare la neurochimica e dunque il comportamento dei topi.

Effetti neurochimici e comportamentali non sono stati osservati nei topi vagotomizzati, suggerendo così un ruolo importante del nervo vago, per la comunicazione tra il microbioma (batteri nell’intestino) ed il cervello.

Tali risultati  potrebbero aprire la strada a nuove terapie, l’aiuto di alcuni organismi probiotici potrebbe bersagliando l’intestino, avere come obiettivo finale, il benessere del sistema nervoso.

Comunque, avvertono i ricercatori, risulta  inutile correre al supermercato ad acquistare yogurt contro l’ansia, dato che non tutti i probiotici possiedono lo stesso effetto anti-depressivo.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:
http://www.pnas.org/content/early/2011/08/26/1102999108

Francesca Trinastich

Gli adolescenti “imparano” a preferire le bevande contenenti caffeina

Gli adolescenti sviluppano una predilizione per le bevande gassate, se queste ultime contengono significative dosi di caffeina.

È quanto emerge da una nuova ricerca,  presentata durante l’incontro annuale della Society for the Study of Ingestive Behavior (SSIB), tenutasi a Clearwater  in Florida.

Lo studio è stato condotto dai ricercatori della State University of New York (SUNY) di Buffalo, negli Usa.

L’obbiettivo dello studio è stato quello di capire se l’aggiunta di caffeina alle bibite gassate, ne potesse migliorare il sapore, così come sostengono i produttori stessi di tale sostanza.

A tale proposito, il Dr Jennifer Temple afferma: “I produttori di bevande gassate sostengono che la caffeina venga aggiunta ai loro prodotti solo per migliorarne il sapore. La  maggior parte delle persone tuttavia , non è in grado di distinguere il gusto delle bevande che contengono o meno caffeina.

Per tale motivo sospettiamo che, in realtà, la caffeina venga aggiunta alle bibite per altri motivi”.

I ricercatori sono partiti dall’ipotesi che se gli adolescenti provano una bibita nuova contenente caffeina, tendono a volerla consumare più volte nel tempo, mentre se sperimentano una nuova bibita senza caffeina,  essi  nel tempo non sembrano possedere più  alcun  particolare interesse per quella bevanda.

Per verificare tale teoria, adolescenti di età compresa tra i 12 ed i 17 anni hanno visitato un laboratorio più volte. Durante ogni visita, è stato chiesto loro di assaggiare e valutare  nel corso di diverse occasioni,  il gusto di alcune bevande sconosciute, contenenti quantità diverse di caffeina e altre invece che non la contenevano affatto.

Durante lo studio, i partecipanti hanno espresso giudizi via via più positivi sulle bevande contenenti maggior quantità di caffeina, mentre  non riuscivano a “conquistare” il gusto degli adolescenti, quelle  bibite che ne contenevano una quantità inferiore o nulla.

In conclusione, i risultati dello studio hanno mostrato che le bevande che contengono caffeina, rispetto a quelle che ne sono prive, hanno maggiori probabilità di “conquistare” gli adolescenti, dimostrando che tale preferenza nasce probabilmente da un comportamento appreso.

Fonte:
http://www.ssib.org/web/

Francesca Trinastich

Sale: se troppo puó provocare declino cognitivo

Secondo una nuova ricerca una dieta ricca di sale, associata a scarsa attività fisica potrebbe risultare dannosa per la salute mentale nelle persone più anziane.

Lo studio pubblicato sulla rivista Neurobiology of Aging, riferisce che le persone anziane che conducono uno stile di vita sedentario e che fanno  uso eccessivo di sale nella loro dieta, aumentano il rischio di malattie non solo  cardiache  ma anche   mentali.

Lo studio longitudinale durato tre anni, ha preso in considerazione il consumo di sodio ed i livelli di attività fisica di 1.262 persone anziane sane, uomini e donne,residenti in Canada.

L’utilizzo di un questionario di frequenza alimentare, sottoposto a ciascun  partecipante alla ricerca, ha permesso di valutare il grado di consumo di sodio con livello basso , medio e alto .

Il team di ricercatori successivamente, ha  utilizzato una versione modificata del Mini-Mental State Examination, per misurare la funzione cognitiva nei partecipanti.

I risultati dello studio hanno dunque dimostrato che una dieta ricca di sodio, combinata a scarso esercizio fisico risulta particolarmente dannosa per le prestazioni cognitive delle persone  più anziane.

I ricercatori, guidati dalla Dr.ssa Alexandra Fiocco dell’Università di Toronto, in Canada, hanno affermato che i risultati potrebbero avere importanti implicazioni per la salute pubblica,  sottolineando l’importanza di aver individuato una prova importante che evidenzi come l’assunzione di sodio possa essere pericolasa, non solo per la salute del cuore, ma anche per quella del cervello

La Dr.ssa Fiocco ha detto: “La buona notizia è che le persone sedentarie che hanno ridotto l’apporto di sale durante i tre anni che sono stati seguiti nella ricerca, non hanno mostrato nessun declino cognitivo”.  la riduzione del sale nella dieta, specialmente in condizioni di scarsa attività fisica quindi puó migliorare la salute mentale nelle persone più anziane.

Il Dr. Carol Greenwood, uno degli autori dello studio ha aggiunto: “I dati dello studio sono particolarmente rilevanti, in quanto sappiamo che sgranocchiare snacks con elevato contenuto di sale durante attività sedentarie, come guardare la TV o stare davanti al computer, è ormai divenuto un passatempo frequente per molti adulti. “

L’intero articolo è liberamente scaricabile cliccando sul seguente link:
http://www.actiononsalt.org.uk/news/salt/2011/55032.pdf

Francesca Trinastich

Una lingua elettronica testa la qualità dei succhi di frutta

Un team di ricercatori spagnoli, ha sviluppato una nuova lingua elettronica, un sistema in grado di analizzare e quantificare il potere antiossidante ed altri parametri di qualità dei succhi di frutta o di puree di frutta.

I ricercatori del Centre for Molecular Recognition and Technological Development (IDM) ed il gruppo CUINA dell’Università Politecnica di Valencia, in Spagna, hanno sviluppato la tecnologia e il software del computer, per ottenere un modo veloce per testare il potere antiossidante di frutta e succhi di frutta.

Finora, gli esperti hanno testato il sistema in diverse soluzioni antiossidanti, in particolare, nell’acido citrico, nell’acido ascorbico ( vitamina C ) e nell’acido malico.

I ricercatori fanno notare che i risultati sono stati ‘molto soddisfacenti’ e hanno spiegato che il sistema si basa su tecniche voltammetriche e spettroscopia di impedenza.

Il Dr. Miguel Alcañiz, un ricercatore dell’IDM ha spiegato:”Quello che facciamo è applicare segnali elettrici alla soluzione e misurare la sua risposta. Così possiamo quantificare la concentrazione di antiossidanti in questa soluzione “

I ricercatori riferiscono che ora stanno lavorando sullo studio della degradazione della vitamina C nei succhi di frutta. Il Dr. José Manuel Barat, un ricercatore del gruppo CUINA, ha detto: “Molto presto inizieremo a lavorare sull’applicazione diretta della lingua elettronica per la valutazione del succo d’arancia “.

Secondo i ricercatori della UPV, negli ultimi anni, la lingua elettronica è diventata una valida alternativa ai metodi tradizionali di analisi per il controllo della qualità dei prodotti alimentari.

Il Dr. Ramon Martinez, ricercatore dell’IMID, riferisce che : “La lingua elettronica, attraverso tecniche elettrochimiche, ci aiuta a selezionare i campioni di alimenti e a quantificare i loro parametri chimico-fisici, in modo veloce ed economico.

Il team spagnolo ha anche usato in modo simile la lingua elettronica per studiare il rilevamento di glifosato (un erbicida che è ampiamente utilizzato in agricoltura) e per monitorare la qualità dell’acqua negli impianti di trattamento delle acque reflue.

Francesca Trinastich