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Cibi ricchi di magnesio aiutano a prevenire l’ictus

Un alimentazione ricca di magnesio aiuta a prevenire l’ictus, ed in particolare l’ictus ischemico (quello, cioè, causato da un coagulo di sangue che ostruisce il vaso sanguigno impedendo al sangue di fluire).

La conferma viene da un ampio studio scientifico condotto dal Karolinska Institute di Stoccolma, Svezia, e che ha coinvolto 241.378 persone.

Si tratta di una  metanalisi di sette studi prospettici e i cui risultati, pubblicati sull’American Journal of Clinical Nutrition, hanno rivelato che per ogni 100 milligrammi di magnesio assunti giornalmente con l’alimentazione, il rischio di ictus ischemico si abbassa dell’9%.

L’ictus è un accidente cerebrovascolare che rappresenta la terza causa di morte e la prima di invalidità.

Gli scienziati svedesi, dunque, hanno trovato una correlazione inversa tra l’assunzione di magnesio e i casi di ictus ischemico.

Precedenti sondaggi alimentari mostrano che gran parte degli adulti non soddisfa la RDA di magnesio (320 mg al giorno per le donne e 420 mg al giorno per gli uomini).
È noto che la dieta ha un ruolo molto importante sul rischio di ictus. I ricercatori dicono che anche se è prematuro raccomandare integratori di magnesio per ridurre tale rischio, si consiglia comunque un aumento del consumo di cibi ricchi di magnesio, come verdure a foglia verde, fagioli, latte, noci e cereali integrali.

Per poter leggere l’abstract cliccare sul seguente link:

http://www.ajcn.org/content/early/2011/12/26/ajcn.111.022376

Francesca Trinastich

Vitamina D: un probabile anti-diabetico

Elevati livelli di vitamina D nel sangue potrebbero  ridurre il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2.

Lo avrebbe recentemente dimostrato un nuovo studio condotto dall’Ospedale Universitario “Carlos Haya” di Malaga, Spagna, i cui risultati sono stati pubblicati sul “Clinical Nutrition” e hanno mostrato che nelle persone con livelli di vitamina D nel sangue superiori al 18,5 ng/ ml, l’incidenza del diabete di tipo 2 risultava ridotta (5% circa ).

Recentemente abbiamo appreso del possibile ruolo anti-diabetico della vitamina D. La scorsa estate i ricercatori delle università di Tufts e di Harvard, riportavano sull’ American Journal of Clinical Nutrition che una dose giornaliera di 2.000 Unità Internazionali (UI) di vitamina D3, conosciuta anche come colecalciferolo, risulterebbe in grado di aumentare il funzionamento delle cellule β (cellule beta) del 25%. Le cellule β sono le cellule del pancreas che controllano la produzione dell’insulina.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il diabete colpisce oggi oltre 220 milioni di persone nel mondo, di conseguenza gli elevati valori glicemici portano alla morte di 3,4 milioni di persone ogni anno.

L”OMS prevede purtroppo che le morti raddoppieranno tra il 2005 e il 2030.

Lo studio spagnolo, coordinato dalla Dr.ssa Inmaculada González-Molero, ha coinvolto 1226 persone, delle  quali soltanto 961 hanno portato a termine  il programma .  Sono stati misurati i livelli ematici di vitamina D ,(precisamente la 25-idrossi vitamina D) e sono stati poi eseguiti dei test orali di tolleranza al glucosio, all’inizio (1996-1998), durante (2002-2004) ed alla fine dello studio (2005-2007).

I risultati hanno mostrato che nelle persone con livelli di 25-idrossi vitamina D superiori al 18,5 ng/ml, l’incidenza di diabete risultava inferiore al 5%, mentre nelle persone che avevano livelli  inferiori al 18,5 ng/ml, l’incidenza risultava del 12,4%.

Inoltre, per coloro che avevano elevati livelli di vitamina D, il rischio di sviluppare il diabete durante i quattro anni di studio, era significativamente più basso, mentre nessuna delle persone con livelli di vitamina superiori a 30 ng /ml aveva sviluppato il diabete.

I ricercatori sottolineano:”E ‘importante notare che tale studio è stato condotto in una popolazione del sud Europa, dove vi è una elevata radiazione solare (più di 1700 h / anno) ed una larga diffusione di una dieta mediterranea”.

É possibile assimilare la vitamina D da varie fonti alimentari, anche l’organismo la produce  grazie all’esposizione solare.

Per alcuni  paesi nordici, l’esposizione solare risulta così debole durante i mesi invernali da non permettere all’organismo di produrre sufficente vitamina D, provocando un evidente carenza per tali popolazioni. Tale carenza negli adulti puó provocare o aggravare numerose malattie: osteopenia, osteoporosi, debolezza muscolare, fratture, tumori comuni, malattie autoimmuni, malattie infettive e malattie cardiovascolari. Inoltre secondo alcune evidenze scientifiche  la vitamina D potrebbe ridurre l’incidenza di diversi tipi di cancro e del diabete di tipo-1 e -2.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0261561411002329

Francesca Trinastich

La soia puó migliorare l’efficacia della radioterapia

Un nuovo studio pubblicato su “Radiotherapy and Oncology” sostiene che gli alimenti a base di soia assunti durante i trattamenti radioterapici volti a combattere il cancro del polmone e della prostata, renderebbero  più efficaci tali trattamenti.

Il gruppo di ricerca della Scuola di Medicina della Wayne State University (Usa), aveva già mostrato in uno studio precedente, ( effettuato su topi affetti da cancro della prostata), che gli isoflavoni della soia (sostanze naturali e non tossiche presenti nella soia), aumentavano la capacità delle radiazioni di distruggere le cellule tumorali nel cancro alla prostata.
I composti della soia agirebbero bloccando i meccanismi di riparazione del DNA, attivati dalle cellule tumorali nel tentativo di sopravvivere ai danni causati dalle radiazioni.

Nel nuovo studio i ricercatori, coordinati dalla Dr.ssa Gilda Hillman, hanno mostrato gli stessi risultati per il cancro dei polmoni e hanno cercato di individuare la dose orale degli isoflavoni di soia da utilizzare come strategia per migliorare gli esiti della radioterapia.

I risultati di questo studio hanno mostrato che nei tumori trattati con isoflavoni di soia e contemporaneamente con le radiazioni si osserverebbe una migliore efficacia delle radiazioni nella distruzione dei noduli tumorali al polmone.

Inoltre gli isoflavoni della soia ridurrebbero il danno vascolare, le emorragie, le infiammazione e le fibrosi causate dalle radiazioni sul tessuto polmonare, suggerendo cosí anche un ruolo protettivo da parte di questi componenti della soia, per il tessuto polmonare normale.

Gli isoflavoni della soia potrebbero quindi essere utili nella radioterapia del cancro del polmone rendendola più efficace e contribuendo a preservare il tessuto normale.

La Dr.ssa Gilda Hillman afferma che tali risultati suggeriscono una possibile applicazione ai trattamenti dei pazienti con tumore polmonare avanzato  e che inoltre, la tossicità delle radiazioni potrebbe essere attenuata dagli effetti protettivi degli isoflavoni della soia sul tessuto polmonare normale.

Il gruppo di ricerca ha riferito che i supplementi di soia, potrebbero essere usati come un approccio non-tossico  e complementare per migliorare la radioterapia, sottolineando che non si tratterebbe di un sostituto per il trattamento convenzionale del cancro,bensì un alimento da assumere in combinazione con i trattamenti convenzionali per ottenere gli effetti desiderati.

La Dr.ssa Hillman ha aggiunto:“Il risultato più importante è  la possibilità di proteggere i tessuti sani dagli effetti delle radiazioni e di migliorare la qualità di vita dei pazienti che ricevono la radioterapia” e continua: “in tal modo avremo giá raggiunto un importante obiettivo “.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:

http://www.thegreenjournal.com/article/S0167-8140%2811%2900636-0/abstract

Francesca Trinastich

Le fragole proteggono lo stomaco dall’alcol

Il consumo delle deliziose fragole riduce i danni provocati dall’alcol sulla mucosa gastrica.

È quello che ha dimostrato un recente studio europeo pubblicato sulla rivista Plos One,  guidato dal Prof. Maurizio Battino dell’Università Politecnica delle Marche (UNIVPM),  condotto in collaborazione con l’Università di Barcellona (UB), di Salamanca e  Granada in Spagna e l’Univesità di Belgrado in Serbia.

Il Prof. Battino, coordinatore del gruppo di ricerca, sottolinea: “Questo lavoro di ricerca non è stato pensato per attenuare gli effetti di una sbronza, ma bensí per poter individuare le molecole protettrici della mucosa gastrica contro i danni che possono essere causati da diversi agenti”.

Le gastriti o infiammazioni della mucosa dello stomaco, oltre ad essere associate al consumo di alcol, possono anche essere prodotte da infezioni virali o a causa dell’azione di farmaci antinfiammatori non steroidei (come l’aspirina) o quelli che si usano per il trattamento contro batteri Helicobacter pylori.

Il gruppo di ricerca, composto da italiani, serbi e spagnoli, ha confermato l’effetto protettivo delle fragole esaminando lo stomaco di un mammifero danneggiato dall’alcol. Gli scienziati hanno somministrato etanolo (alcol etilico) a topi da laboratorio e hanno comprovato che si produceva un minor numero di lesioni nella mucosa gastrica, nei topi che avevano assunto l’estratto di fragola.

E’ stata riscontrata una minore formazione di ulcere, nello stomaco di quei topi che prima di ricevere l’alcol, avevano consumato durante 10 giorni un estratto di fragole (40 milligrammi/die per Kg di peso).

Il Prof. Battino, commentando i risultati ottenuti, suggerisce: “In questi casi il consumo di fragole durante o dopo la patologia potrebbe diminuire le lesioni nella mucosa gastrica”.

La Dott.ssa Sara Tulipani, coautrice dello studio, aggiunge: “Gli effeti positivi delle fragole sono dovuti tanto alla loro capacità antiossidante e al loro elevato contenuto di composti fenolici (antocianine), quanto al fatto che esse attivano gli enzimi o  difese antiossidanti dell’organismo”.

Il risultato dello studio, dunque, segnala che una dieta in cui si predilige il consumo di fragole,possa esercitare un effetto benefico nella prevenzione di malattie gastriche, limitando la produzione di radicali liberi o di altre specie reattive dell’ossigeno.

Pertanto i composti delle fragole potrebbero essere utili nella ricerca di quei nuovi farmaci protettori, aventi proprietà antiossidanti,  in grado di  attenuare la formazione di ulcere allo stomaco, migliorando così i trattamenti  delle patologie gastriche nei pazienti.

Per poter leggere l’intero articolo cliccare sul seguente link:

http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0025878

Francesca Trinastich

Una mela al giorno contro le malattie autoimmuni

Il vecchio proverbio “Una mela al giorno leva il medico di torno” secondo una nuova ricerca risulta assai vero, tuttavia prerogativa fondamentale è che si mangi anche la buccia, oltre al resto del frutto.

Infatti,  il consumo quotidiano di mele, con relativa buccia, potrebbe rivelarsi utile nel prevenire i disturbi legati ad infiammazioni intestinali, compresi la colite ulcerosa, il morbo di Crohn e altre malattie autoimmuni.

É quanto afferma una nuova ricerca della Montana State University, diretta dal Dottor David Pasqual (sezione Dipartimento di Immunologia e Malattie Infettive), pubblicata su “Journal of Leukocyte Biology“.

Secondo la suddetta ricerca infatti, i polifenoli contenuti all’interno della buccia della mela sarebbero in grado di sopprimere l’attivazione delle cellule T, cellule fondamentali del processo immunitario, riuscendo così a moderare l’infiammazione del colon.

Ai fini dello studio, il Dr. Pascual e il suo team di ricerca, hanno utilizzato un modello di colite indotta chimicamente, attraverso l’utilizzo del DSS (Destrano sodio solfato).  Il test è stato condotto su dei topi da laboratorio, che sono stati divisi in due gruppi distinti: ad un gruppo è stato somministrato un placebo e all’altro i polifenoli derivanti dalla buccia di mela.

I risultati dimostrerebbero come i polifenoli causino numerosi benefici.

I topi trattati con i polifenoli non sviluppavano colite, avevano inoltre un minor numero di cellule T attivate nel colon,  inoltre quando i topi consumatori erano privi di linfociti T, i polifenoli reprimevano le citochine pro-infiammatorie (responsabili  dello scatenarsi dell’ l’infiammazione).

Conseguentemente a tale ricerca  il Dr.Pascual ed i suoi colleghi hanno dedotto che l’azione dei polifenoli si concretizzi attraverso  l’eliminazione  delle cellule T o quelle di reclutamento, impedendo così a queste ultime  di attaccare l’organismo.

Tale studio  sarebbe il primo, a dimostrare un ruolo così decisivo delle cellule T mediato dai polifenoli, nella protezione contro una malattia autoimmune  ed ancora una volta, metterebbe in evidenza come spesso siano proprio sostanze  semplici  e naturali a risultare le più efficaci nel mantenimento della buona salute.

A tal proposito il Dr. Wherry dice:”Oltre agli evidenti benefici sulla salute  dei nutrienti e delle fibre contenuti in frutta e verdura, questo studio indica che  qualcosa di relativamente comune come la mela contienga  ingredienti sani  e quindi di  grande valore terapeutico“.

Gli autori dello studio suggeriscono che tali risultati, potrebbero portare alla creazione di nuove terapie per le persone con disturbi legati ad infiammazioni intestinali, la mela potrebbe quindi essere un rimedio naturale   tale da risultare complementare alle terapie convenzionali.

Infine i ricercatori concludono: “I nostri risultati mostrano che una sostanza naturale contenuta nella buccia di  mela,possa sopprimere l’infiammazione del colon, la sua attività infatti contrapponendosi alle cellule T infiammatorie permetterebbe  di migliorare la resistenza contro le malattie autoimmuni“.

Per poter leggere l’abstact dell’articolo cliccare sul seguente link:
http://www.jleukbio.org/content/early/2011/06/19/jlb.0311168.abstract?cited-by=yes&legid=jleub;jlb.0311168v1

Francesca Trinastich

Deficit di carnitina nei vegetariani

I vegetariani a differenza di coloro che non lo sono, sembra abbiano  una ridotta capacità di trasportare ed imagazzinare la carnitina all’interno del muscolo, avendo inoltre una maggior capacità di ritenzione, ossia sembrerebbero in grado eliminarne una minor quantità. Lo afferma una nuova ricerca inglese pubblicata sull’ American Journal of Clinical Nuticion.

La carnitina ha un ruolo essenziale nel metabolismo dei grassi e dei carboidrati,si trova principalmente negli alimenti di origine animale, come la carne rossa ed i latticini. Il 95% della carnitina totale presente nel corpo umano viene imagazzinata nel tessuto muscolare scheletrico.

Poichè  questo amminoacido viene sintetizzato a partire da altri due aminoacidi essenziali (non sintetizzabili dall’organismo a velocità sufficiente per soddisfare le richieste metaboliche), le persone che seguono una dieta vegetariana potrebbero manifestare deficit di carnitina.

I benefici della carnitina :

La carnitina risulterebbe avere molteplici proprietà  benefiche per il nostro organismo.

Oltre ad avere infatti  positive ricadute  sull’apparato cardiovascolare,  sono stati osservati positivi effetti  anche sul sistema nervoso tanto da risultare” dimagrante” ,a causa del suo ruolo nel trasporto di acidi grassi a catena lunga.

Numerosi studi hanno inoltre riportato la sua azione sull’attività muscolare  dove ridurrebbe la formazione di acido lattico e mantenimento del glicogeno, sembra inoltre abbia un azione positiva anche sull’aumento della massa muscolare.

La carnitina, quindi, migliorerebbe la performance sportiva in quelle condizioni dove risulti  importante risparmiare  glicogeno ed ossidare prevalentemente i grassi (maratona, ciclismo di durata, trhiatlon). Essa inoltre permetterebbe agli atleti di lavorare più intensamente e per maggior tempo aumentando l’energia disponibile,poichè trasporta e metabolizza i grassi e li trasforma in energia.

I vari effetti della carnitina a livello dei muscoli sono: aumentare  forza e resistenza, mitigare la stanchezza fisica e mentale, promuovere e sostenere lo sviluppo di nuova massa muscolare, ridurre lesioni e dolori muscolari, accelerare la rigenerazione e quindi la ripresa fisica.

Nonostante i numerosi studi effettuati relativi ai benefici sulla performance sportiva, i pareri sulla  carnitina risultano ad oggi ancora controversi. Chiaramente saranno necessari ulteriori studi, ben condotti e metodologicamente corretti, in grado di  chiarire la reale utilità della carnitina in ambito sportivo.

Lo studio

I ricercatori della scuola di Medicina dell’Università di Nottingham nel Regno Unito, hanno voluto verificare l’ipotesi che la ritenzione della carnitina nel muscolo sia maggiore nei vegetariani rispetto a chi non lo è.

Ai fini dello studio sono state reclutate 17 persone vegetariane e 22 non-vegetariane, i partecipanti erano tutti sani e con un’età media di 22 anni. I volontari hanno partecipato a due studi.

Nel primo studio hanno partecipato 11 persone vegetariane (7 uomini e 4 donne) e 14 persone non-vegetariane (il campione era composto da  uomini che si alimentavano con carni rosse , in media due volte a settimana).

Costoro hanno ricevuto per via endovenosa L-carnitina.  La L-carnitina è lo stereoisomero biologicamente attivo della carnitina.

Nel secondo studio hanno partecipato 8 persone vegetariane di età compresa tra 8-14 anni e 8 persone non-vegetariane. I parecipanti hanno ricevuto 4,5 g di L-carnitina tartrato, disciolti in 200 ml di acqua e sono stati invitati a raccogliere le loro urine ogni 24 ore.

I risultati dello studio hanno evidenziato  che  nei vegetariani la carnitina risultava in concentrazioni più basse sia nel sangue che nei muscoli, rispetto ai non-vegetariani. In particolare la concentrazione plasmatica totale di carnitina risultava del 16% più bassa nei vegetariani, rispetto ai non-vegetariani, cosí come il contenuto di carnitina muscolare totale, era del 33% più basso ed i livelli del trasportatore e dell’espressione proteica erano del 37% più bassi.

A favore dei vegetariani è stata osservata una maggiore ritenzione di carnitina, dopo aver assunto una singola dose di L-carnitina, cosí come dopo 24 ore l’escrezione di carnitina totale nelle urine risultava ridotta del 58% .

Nonostante ció, dopo un duro allenamento, è possibile che le persone che seguono una dieta vegetariana mostrino un deficit funzionale di L-Carnitina, ed in tal caso si possono assumere degli integratori oppure optare per alimenti vegetariani arricchiti con sostanze nutritive, come hamburger di soia o hot dog di soia.

Esistono anche fonti naturali di carnitina quali: noci e semi, legumi, verdure come carciofi, asparagi, barbabietole, broccoli, cavoletti di bruxelles, aglio,  prezzemolo; frutti come albicocche e banane; cereali come grano saraceno, granturco, miglio, farina d’avena, crusca, frumento integrale, germe di grano;  altri alimenti come il polline, il lievito di birra, la carruba, e la verza. Anche l’avocado e il Tempeh (semi di soia fermentati), sono buone fonti di carnitina.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:
http://www.ajcn.org/content/94/3/938.long

Francesca Trinastich

Le proteine della soia allontanano il colesterolo ‘cattivo’

La supplementazione nutrizionale di proteine della soia, puó migliorare il nostro profilo lipidico, aumentando nel sangue il colesterolo ‘buono’ HDL, e riducendo quello ‘cattivo’, LDL.

Lo afferma una nuova ricerca americana condotta dalla Tulane University School, USA, e pubblicata sull’European Journal of Clinical Nutrition.

Numerosi studi precedenti avevano già mostrato come, le proteine della soia siano in grado di ridurre il colesterolo ‘cattivo’ LDL, aumentano quello ‘buono’ HDL,  i ricercatori statunitensi hanno notato che queste ricerche avevano effettuato una comparazione solo rispetto alle proteine del latte. Tuttavia, l’effetto delle proteine della soia sui lipidi, comparato a quello dei carboidrati non risulta ancora approfondito.

I ricercatori di coseguenza hanno voluto studiare l’effetto delle proteine di soia e di quelle  del latte sui lipidi e sulle lipoproteine, comparato a quello dei carboidrati.

A tale scopo sono stati reclutati 352 americani adulti, (età media 47,7 anni), con livelli normali di colesterolo nel sangue (senza ipercolesterolemia).

Lo studio è durato da settembre 2003 ad aprile 2008. Durante tale periodo, i volontari sono stati divisi in tre gruppi, ciascuno avente il proprio supplemento giornaliero.

Il primo gruppo ha ricevuto 40 grammi al giorno di proteine di soia.

Il secondo ed il terzo gruppo  gruppo hanno ricevuto la medesima dose  ma rispettivamente costituita una da proteine del latte, l’altra da carboidrati complessi.

I campioni di sangue sono stati raccolti a digiuno durante la notte ed al termine di ogni fase di intervento.

Dopo otto settimane di supplementazione, i volontari sono stati esaminati.

I ricercatori hanno spiegato che rispetto ai carboidrati o alle proteine del latte, la supplementazione con le proteine della soia risulterebbe significativamente associata ad una netta variazione del colesterolo totale e del rapporto colesterolo totale / HDL.

Rispetto alle proteine del latte, la supplementazione con le proteine della soia aumenterebbe  in modo significativo l’HDL  riducendo significativamente il rapporto colesterolo totale / HDL, così come  i livelli del colesterolo LDL.  Comparate con le proteine del latte, la proteine della soia avevano aumentato di 1.54 mg/dl i livelli di colesterolo HDL e fatto calare  di 0.14 mg/dl i livelli di colesterolo totale.

Semplici cambiamenti nello  stile di vita, come ad esempio l’inserimento delle proteine di soia all’interno propria dieta,  possono avere un  positivo impatto sulla salute.

Le ricerche in tale direzione continuano a  l’importanza che le proteine della soia possano avere  nel  ridurre i livelli di colesterolo LDL, bio-marcatore del rischio coronarico

Una delle  autrici dello studio, la Dott.ssa Elaine Krul afferma :”La malattia coronarica rappresenta il killer numero uno tanto per le  donne quanto per gli uomini a livello globale,  l’abbassamento dei lipidi nel sangue, riduce il rischio di malattie coronariche ed ictus”, ed ha aggiunto: “I risultati dello studio hanno dimostrato che il consumo delle proteine di soia può aiutare a mantenere più bassa la concentrazione dei lipidi nel sangue, contribuendo così a ridurre il rischio di malattie coronariche in individui sani“.

I ricercatori concludono: “crescenti evidenze dimostrerebbero che il consumo di proteine della soia al posto delle proteine animali ridurrebbe i livelli di colesterolo nel sangue , offrendo anche notevoli benefici cardiovascolari”.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:
http://www.nature.com/ejcn/journal/vaop/ncurrent/full/ejcn2011168a.html

Francesca Trinastich

Zenzero: puó ridurre il rischio di cancro del colon

Lo zenzero possiede proprietà antinfiammatorie che possono incidere in modo significativo nel ridurre l’infiammazione del colon e possono, dunque, contrastare il rischio di sviluppare il cancro del colon-retto.

Questo è quanto afferma una recente ricerca condotta dalla Michigan Medical School, negli Stati Uniti. Secondo i risultati, pubblicati sulla rivista Cancer Prevention Research, il consumo regolare della radice di zenzero o dei suoi supplementi potrebbe ridurre il rischio di cancro al colon.

Lo studio è stato condotto su 30 volontari, i quali, sono stati invitati a prendere un integratore di 2 grammi di estratto di radice di zenzero o un supplemento placebo, ogni giorno per 28 giorni.
I livelli d’infiammazione dell’intestino sono stati misurati prima e dopo l’esperimento, mediante l’analisi di campioni, volta a rilevare i livelli di ecosanoidi: sostanze chimiche note per la capacità di aumentare l’infiammazione dell’intestino.

Alla fine dello studio i risulati hanno così evidenziato una significativa riduzione dei livelli di ecosanoidi, suggerendo che lo zenzero abbia un ruolo potenziale in questa riduzione.

Le persone che avevano consumato regolarmente supplementi di zenzero mostravano una riduzione del 28% dell’infiammazione del colon rispetto a coloro che avevano consumato dei supplementi placebo.

L’infiammazione del colon è un importante precursore del cancro al colon, per cui la sua riduzione rappresenta una possibilità nel prevenire lo sviluppo di tale malattia.  Lo zenzero è dunque indicato come potenziale agente preventivo.

I 2 grammi di estratto di zenzero, contenuti nel supplemento utilizzato per lo studio, corrispondono a circa 20 grammi di radice di zenzero crudo, probabilmente una quantità superiore a quella che la maggior parte delle persone consumerebbe nella propria dieta.

Questa ricerca avvalora numerosi studi precedenti che hanno individuato lo zenzero come agente antinfiammatorio e antitumorale. Tuttavia l’autore principale dello studio, la Dr.ssa Suzanna Zick, sottolinea che i risultati sono ancora in fase preliminare e spiega: “Non ci sono ancora basi solide che confermino la sua prevenzione dal cancro al colon. È troppo presto per poter dire che lo zenzero ha proprietà antitumorali”.
Sulla base di questi promettenti risultati sono necessari e giustificati ulteriori studi su persone che hanno un alto rischio di sviluppare il cancro colon-rettale.

Per poter leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:
http://cancerpreventionresearch.aacrjournals.org/content/early/2011/10/07/1940-6207.CAPR-11-0224.abstract

Francesca Trinastich

Gli antiossidanti del cacao proteggono il cuore

Mangiare cacao fa bene al cuore.

Secondo una recente ricerca condotta dall’Harvard School of Public Health, il consumo di prodotti a base di cacao, porterebbe ad un miglioramento della pressione arteriosa e all’aumento dei livelli di HDL, il colesterolo buono.

I polifenoli, naturalmente presenti nel cacao, sono potenti antiossidanti facenti parte del gruppo dei flavonoidi. Fra i prodotti a base di cacao, la polvere, contiene il livello più elevato di flavonoidi, seguita dal cioccolato fondente e da quello al latte.

I ricercatori, guidati dal Dott. Mark Shrime, hanno eseguito una meta-analisi di 24 studi random e controllati. I dati disponibili provenivano da 1106 partecipanti.

I risultati, pubblicati sul Journal of Nutrition, hanno evidenziato un aumento significativo dei livelli del colesterolo HDL dopo il consumo di cacao. I maggiori effetti sono stati riscontrati dopo il consumo  giornaliero di 500 mg di flavonoidi. Inoltre, al consumo di cacao è stata associata una diminuzione media di 1,6 mmHg della pressione sistolica.

I ricercatori indicano che questo è importante come risultato, poiché dimostrerebbe che un abbassamento di soli 2 mmHg della pressione sistolica, potrebbe portare alla diminuzione del 6% circa dei decessi per ictus, del 4% dei decessi per malattie cardiache e del 3%  dei decessi in generale.

Oltre al resto,  è stato osservato che, il consumo di cacao, grazie alla presenza dei flavonoidi, potrebbe essere associato ad una diminuzione dell’insulino- resistenza.

Visti i risultati, i ricercatori concludono che: “Il consumo di cacao, ricco di flavonoidi, migliorerebbe in modo significativo la pressione arteriosa, l’insulino-resistenza e il profilo lipidico“.

La meta-analisi di tale ricerca supporterebbe i risultati di un’altra meta-analisi, effettuata dai ricercatori dell’Ospedale Universitario di Colonia, la quale aveva rilevato che il consumo di cacao ha effetti significativamente positivi sull’ipertensione. Nelle pagine degli Archives of Internal Medicine i ricercatori di Colonia affermano: “La grandezza degli effetti ipotensivi del cacao è clinicamente degna di nota” (2007, Vol. 167, pp 626-634.).

Studi recenti dimostrano i diversi effetti positivi dei polifenoli sulla salute. Si ritiene infatti che questi ultimi possano ridurre l’insorgenza del cancro, delle malattie cardiovascolari e dell’artrite reumatoide; inoltre, si ritiene abbiano benefici effetti antinvecchiamento.

Questo studio ha fornito un’ulteriore conferma sul ruolo salutare e cardioprotettivo dei flavonoidi presenti nel cacao.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:
http://jn.nutrition.org/content/early/2011/09/28/jn.111.145482.abstract

Francesca Trinastich

Frutta a polpa bianca anti-ictus

Secondo un nuovo studio il consumo di verdura e frutta a polpa bianca come mele e pere, potrebbe  proteggere dall’ictus, riducendone il rischio fino al 52%.

La  nuova ricerca è stata pubblicata su Stroke, la rivista del Journal of the American Heart Association.

Il gruppo di ricercatori olandesi ha seguito, in 10 anni, 20.069 soggetti, il gruppo comprendeva persone con un’età media di 41 anni, esenti da malattie cardiovascolari.

I ricercatori hanno osservato che la frutta a polpa bianca, ricca di flavonoidi ‘quercitina’, risultava efficace nella riduzione dell’ictus, rispetto alla frutta appartenente ad altri gruppi di colore, come per esempio, il verde, l’arancione/giallo e il rosso/viola.

Nel corso dei 10 anni di studio sono stati diagnosticati 233 casi di ictus. Il rischio d’incidenza di ictus risultava il  52% più basso, per le persone che assumevano grandi quantità di verdura e frutta a polpa bianca, se confrontati con coloro che invece ne assumevano poca.

Secondo i questionari compilati dai partecipanti allo studio il 55% della frutta bianca consumata era rappresentato da mele  e pere, secondo i questionari compilati dai partecipanti allo studio; banane, cavolfiore, cicoria e cetriolo sono stati ulteriori  alimenti consumati della categoria bianca.

I ricercatori hanno trovato che l’incremento per giorno di 25 grammi di frutta “bianca”e verdura, risultava associato ad una riduzione in più del 9 % del rischio di ictus, mentre non risulta nessuna relazione tra frutta e verdura, appartenenti ad altri colori come il verde (verdure a foglia verde, verza e lattughe), l’arancione / giallo (per lo più agrumi) o il rosso / viola ( ciliegie, uva e fragole).

I ricercatori, per tener conto delle variazioni stagionali, hanno valutato separatamente il consumo di frutta e verdura durante l’inverno e l’estate. In totale il maggior tipo di frutta e verdura consumata, era quella appartenente alla categoria ‘bianca’ (36%) e ‘arancione / giallo’ (29%). Relativamente alla frutta  bianca, quella comunemente consumata era rappresentata dai  frutti duri (55%).

I ricercatori sottolineano che sono comunque necessari ulteriori studi, per validare in modo definitivo i risultati.

Una delle autrici dello studio, la Dr.ssa Linda M Oude Griep, conclude: “Per prevenire l’ictus, può essere utile consumare una considerevole quantità di frutta bianca e verdura”. “Ad esempio, mangiare una mela al giorno è un modo semplice per aumentare il consumo di frutta bianca e verdura. Tuttavia, altri  gruppo di frutta e verdura di differenti colori possono proteggere contro altre malattie croniche. Pertanto, è importante consumare molta frutta e verdura. “

L’articolo è liberamente scaricabile cliccando sul link:

http://stroke.ahajournals.org/content/early/2011/09/15/STROKEAHA.110.611152.full.pdf+html

Francesca Trinastich