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La FENILCHETONURIA: progressi e cambiamenti nella terapia nutrizionale

La fenilchetonuria, detta anche P.K.U., è una malattia metabolica ereditaria, a trasmissione autosomica recessiva, che colpisce 1 su 10.000 nati.
La PKU appartiene alle iperfenilalaninemie. Le iperfenilalaninemie derivano da un’alterata trasformazione della fenilalanina in tirosina (per deficif dell’enzima fenilalanina idrossilasi) . Questa malattia è caratterizzata da un’aumentata concentrazione ematica ed urinaria di fenilalanina. I soggetti colpiti da fenilchetonuria, se non trattati sin dalla nascita, presentano grave ritardo mentale, crisi convulsive, spasticità degli arti. Il grave quadro clinico è anche caratterizzato da un “odore di topo” della pelle, dei capelli e delle urine (dovuto all’accumulo di fenilacetato), una tendenza all’ipopigmentazione e all’eczema. Più del 90% della prole è marcatamente ritardata e in gran parte presenta altre anomalie congenite quali  microcefalia, ritardo di crescita e cardiopatie congenite. I bambini in cui la malattia viene diagnosticata alla nascita e che vengono immediatamente trattati non manifestano alcuno di questi sintomi. L’ identificazione alla nascita è possibile grazie al test di inibizione batterica di Guthrie (uno dei principali test di screening eseguiti a tutti i neonati entro la prima settimana di vita), da confermare con un secondo prelievo e successivamente con esame cromatografico. Un´ulteriore conferma della diagnosi si ottiene dimostrando la condizione di eterozigosi nei genitori del bambino affetto attraverso altre prove di laboratorio (test da carico orale con fenilalanina o cromatografia). La terapia è data da una dieta con alimenti a basso contenuto di fenilalanina prodotti artificialmente, che deve essere iniziata prima del compimento dei 30 giorni.
Ad oggi, nonostante lo sviluppo di nuovi trattamenti, l’approccio dietetico rimane il cardine della PKU terapia. La gestione del trattamento nutrizionale è diventata fondamentale per ottimizzare la crescita, lo sviluppo e la compliance alla dieta dei pazienti affetti da PKU. In una recente review, pubblicata dal Dipartimento di Pediatria dell’Ospedale San Paolo di Milano, vengono presi in esame i nuovi progressi e le sfide di nuovi trattamenti, come il rilevante potenziale di integrazione con acidi grassi polinsaturi a lunga catena (LCPUFA), i progressi nei sostituti proteici e le nuove fonti di proteine, i grandi aminoacidi neutri e la sapropterina (Kuvan). Quest’ultima è un analogo sintetico di un cofattore dell’enzima idrossilasi per la fenilalanina, che aumenta pertanto la tolleranza all’assunzione di fenilalanina nella dieta alimentare.
Per quanto riguarda invece l’acido docosaenoico (DHA), visti i suoi effetti funzionali, costituisce un substrato essenziale che potrebbe essere dato come supplemento nella dieta del paziente affetto da PKU nell’infanzia e non solo. A tal proposito è  stato avviato un programma della Commissione Europea per stabilire la giusta quantità di DHA da somministrare in questa popolazione.
Miglioramenti nella palatabilità, presentazione, convenienza e composizione nutrizionale dei sostituti proteici hanno aiutato a migliorare la compliance a lungo termine nella dieta per la PKU, sebbene si possono prevedere ulteriori miglioramenti in questa area.
Il glicomacropeptide è una nuova fonte proteica naturale isolata dal siero del latte che contiene solo quantità trascurabili di fenilalanina e può aiutare a sostenere la compliance alla dieta nei soggetti affetti da PKU ma ulteriori studi sono necessari per valutare problemi metabolici e nutrizionali.
Nell’ adolescenza ed in età adulta è difficile seguire la dieta per la PKU. Il trattamento con larghi aminoacidi neutri o sapropterina in casi selezionati può aiutare. Comunque ulteriori studi sono necessari per valutare il ruolo, il dosaggio e la composizione di grandi aminocidi neutri nel trattamento della PKU e per mostrare l’efficacia e la tolleranza a lungo termine. Idealmente il trattamento con sapropterina porterebbe ad un controllo accettabile dei livelli ematici di fenilalanina, senza trattamento dietetico, ma questo non è comune e la sapropterina è solitamente somministrata in combinazione con il trattamento dietetico. Sono comunque necessari protocolli clinici per stabilire l’aggiustamento della dieta in relazione al dosaggio della sapropterina.

In conclusione la dieta nella PKU ed i nuovi trattamenti, che hanno bisogno di essere ottimizzati, possono essere una strategia combinata e completa, con un possibile impatto positivo nella vita dei pazienti affetti da PKU sul piano psicologico, sociale e neuro-cognitivo.

Fonte:
• “Phenylketonuria: nutritional advances and challenges” Marcello Giovannini, Elvira Verduci, Elisabetta Salvatici, Sabrina Paci and Enrica Riva. Nutrition & Metabolism 3 Feb. 2012, 9:7 doi:10.1186/1743-7075-9-7
http://www.nutritionandmetabolism.com/content/9/1/7
http://www.ammec.it/fenilchetonuria.asp
• “Evolving patient selection and clinical benefit criteria for sapropterin dihydrochloride (Kuvan®) treatment of PKU patients”. Gordon P et al, Mol Genet Metab. 2012 Jan 8
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22310224

Flavonoidi nella prevenzione del Morbo di Parkinson

Mangiare cibi e bere bevande che contengono flavonoidi come frutti di bosco, mele, succo d’arancia, vino rosso, può ridurre il rischio di insorgenza di Morbo di Parkinson negli uomini del 40%, questo è quanto emerge da uno studio condotto dalla Harvard School of Public Health. E’ emerso che anche le donne possono trarre beneficio dall’assunzione di flavonoidi ma solo mangiando frutti di bosco, non è nota la causa di questa differenza, se dipenda da un meccanismo biologico od altro.
Il Morbo di Parkinson è una malattia neurodegenerativa, che colpisce il SNC, caratterizzata dalla presenza di tremori, rigidità muscolare e bradicinesia. Dopo la malattia di Alzheimer, il morbo di Parkinson è la malattia neurologica degenerativa più diffusa. E’ più frequente nell’età adulta (70-80%) mentre è più rara prima dei 40 anni. La prevalenza cresce in modo lineare con l’aumentare dell’età. La prevalenza nella popolazione totale è di un caso su 100.000 ma sale a circa 200 sopra i 50 anni e sfiora i 1000 casi nella fascia di età compresa tra 60 e 70 anni.
I ricercatori hanno utilizzato 20 anni di dati circa la salute e l’alimentazione di 50.000 uomini dell’ Health Professional Follow-up Study e di più di 80.000 donne del Nurses’ Health Study. Per quantificare il consumo di cibi e bevande contenenti flavonoidi è stato utilizzato un questionario di frequenza di assunzione degli alimenti.
Tra i partecipanti agli studi nei 20 anni di osservazione 805 hanno sviluppato il Morbo di Parkinson, di questi 438 erano uomini e 367 donne. Tra i partecipanti uomini quelli che appartenevano al quintile più alto di assunzione di alimenti ricchi in flavonoidi avevano il 40% di rischio in meno di sviluppare M di Parkinson, rispetto ai soggetti del quintile più basso.
I frutti di bosco possono essere un agente neuroprotettivo, la popolazione può mangiarli liberamente perché non sono dannosi per la salute e per di più riducono i rischi legati all’ipertensione arteriosa. Non si può comunque escludere che altri costituenti degli alimenti vegetali in questione possano contribuire a questo effetto.

Fonte:
“Habitual intake of dietary flavonoids and risk of Parkinson disease”. Gao X et al; Neurology. 2012 Apr 10;78(15):1138-45. Epub 2012 Apr 4.
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22491871

http://www.hsph.harvard.edu/news/features/coverage-in-the-media/gao-parkinsons-flavonoids/index.html

http://www.parkinson.it

Camminare un’ora al giorno per combattere l’obesità su base genetica.

Secondo una ricerca presentata nel mese di marzo al meeting dell’American Heart Association a San Diego, milioni di persone i cui geni li predisporrebbero all’obesità, non sono alla mercè della natura; come decidono di passare il loro tempo libero, può fare una grande differenza nella loro circonferenza vita.

I ricercatori hanno stimato che guardare la TV due ore al giorno aumenta l’effetto di certi geni legati all’obesità fino al 25%, mentre persone con una forte predisposizione genetica all’obesità che camminano a passo svelto un’ora al giorno o si impegnano in esercizi similari, possono dimezzare l’effetto dei geni.
Lo studio, condotto da ricercatori del Harvard School fo Public Health di Boston, ha coinvolto 7740 donne e 4564 uomini di due studi prospettici si coorte: il Nurses’ Health Study e l’Health Professionals Follow-up Study.
Il rischio genetico dei partecipanti è stato misurato attraverso l’ individuazione delle 32 varianti note del cosiddetto gene dell’obesità (noto come gene FTO o gene associato alla massa grassa e all’obesità). Circa la metà della popolazione generale ha un certo rischio genetico per l’obesità.
Dei soggetti in studio è stato osservato quante ore al giorno passavano davanti alla TV e quanto tempo dedicavano all’attività fisica. Nei due anni di osservazione è stato inoltre registrato l’indice di massa corporea (IMC). Dallo studio è emerso che la presenza di ogni ulteriore variante del gene dell’obesità è associata ad un incremento di 0.13 unità di IMC; in altre parole una persona media con 7-8 varianti del gene può aspettarsi circa un’unità in più di IMC rispetto a quello che sarebbe senza le varianti. L’influenza delle varianti del gene comunque sembra essere più forte nelle persone che passano più ore di fronte alla TV. L’effetto delle varianti sull’IMC è circa 4 volte maggiore nelle persone che passano 40 ore o più a settimana a guardare la TV rispetto a chi la guarda per un’ora o meno a settimana. Passare molte ore a guardare la TV, aggrava l’effetto del gene. Indebolire l’effetto dei geni è semplice: spegnere la televisione ed andare a fare una camminata. Il problema non sta nella televisione in quanto tale, ma nel fatto che normalmente la televisione si guarda da seduti e questo implica uno stile di vita sedentario. Ai pazienti viene raccomandato l’uso del contapassi, perché serve per misurare i propri progressi ed è un ottimo stimolo all’impegno. Gli esseri umani sono progettati per muoversi, se non ci muoviamo ci mettiamo a rischio.
Dott.ssa Elisabetta Marotti

Fonte:
http://circ.ahajournals.org/cgi/content/meeting_abstract/125/10_MeetingAbstracts/A004?sid=f51340a9-48b1-4cb8-8f6d-e9b0ee422b82

http://news.health.com/2012/03/14/walking-obesity-genes/

Consumo di bevande zuccherate ed aumentato rischio di malattia coronarica nell’uomo.

Il consumo di bevande zuccherate è associato all’aumento del peso corporeo ed al rischio di insorgenza di diabete mellito tipo II. Pochi studi hanno però testato la relazione con la malattia coronarica o marcatori intermedi. Anche il ruolo delle bevande zuccherate artificialmente è poco chiaro.
Alcuni ricercatori dell’Harvard School of Public Health di Boston hanno eseguito l’analisi di 42.883 uomini dell’Health Professionals Follow-Up Study, uno studio prospettico di coorte, iniziato nel 1986, che ha coinvolto uomini di età compresa tra i 40 e i 75 anni, praticanti una delle seguenti professioni: farmacisti, fisiatri, podologi, osteopati, veterinari, optometristi. Per il 97% circa erano di razza bianca di discendenza europea.

Nello studio è stata valutata l’associazione tra il consumo cumulativo di bevande zuccherate (es. la soda) ed edulcorate (es. diet soda) con l’incidenza di malattia coronarica fatale e non fatale (infarto del miocardio).

Ogni 4 anni è stato somministrato ai partecipanti un questionario semiquantitativo di food frequency per valutare il consumo usuale di bevande zuccherate (cola, cola senza caffeina, altre bevande zuccherate gasate, bevande zuccherate non gasate, come succhi di frutta, limonate) e bevande edulcorate (bevande diet a base di caffeina, bevande diet non gasate).
In oltre 22 anni di follow-up si sono verificati 3.683 casi di malattia coronarica. Ogni 2 anni ai partecipanti veniva somministrato un questionario per verificare se erano stati colpiti da malattia coronarica. Nel caso di malattia coronarica non fatale, la dichiarazione doveva essere confermata da documentazione medica secondo i criteri della World Health Organization (sintomi clinici, ECG modificato o aumento degli enzimi di citonecrosi miocardica), nel caso di malattia coronarica fatale veniva richiesta documentazione medica ed il referto dell’autopsia.
L’intake di bevande è stato suddiviso in 4 quartili; i partecipanti al quartile superiore di consumo di bevande zuccherate avevano un rischio relativo del 20% più elevato di malattia coronarica rispetto a quelli del quartile inferiore dopo correzione per età, fumo, attività fisica, consumo di alcol o di multivitaminici, storia familiare di malattia coronarica, modificazione del peso corporeo con aumento o calo nei 5 anni precedenti l’arruolamento allo studio, aderenza alla dieta a basso contenuto calorico, intake totale di energia, qualità dell’introito calorico, indice di massa corporea.

Il consumo di bevande edulcorate artificialmente non è risultato significativamente associato alle malattie coronariche. La correzione per valori auto-riferiti di ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia, ipertensione arteriosa e diabete mellito di tipo 2 hanno leggermente attenuato queste associazioni.
Il consumo di bevande zuccherate, ma non di quelle edulcorate artificialmente, risultava significativamente associato a un aumento dei trigliceridi plasmatici, della proteina C-reattiva, dell’interleuchina-6 e dei recettori del fattore di necrosi tumorale 1 e 2, mentre era associato alla diminuzione dei valori di colesterolo HDL, lipoproteina(a) e leptina.
In conclusione, il consumo di bevande zuccherate è stato associato ad aumento del rischio di malattia coronarica e di alcune modifiche sfavorevoli dei parametri lipidici, dei fattori infiammatori e della leptina. Al contrario, tali associazioni non si sono manifestate con l’assunzione di bevande edulcorate artificialmente. E’ pertanto indicato ridurre il consumo di bevande zuccherate per prevenire la malattia coronarica.

Fonte:
“Sweetened Beverage Consumption, Incident Coronary Heart Disease, and Biomarkers of Risk in Men” Lawrence de Koning et al; Circulation 2012; 125: 1735-1741. http://circ.ahajournals.org/content/125/14/1735.full

Il consumo di carne rossa aumenta la mortalità per patologie cardiovascolari e cancro?

Secondo un recente studio della Harvard School of Public Health il consumo di carne rossa è associata ad un aumento del rischio di mortalità cardiovascolare e per cancro. Inoltre dallo studio viene evidenziato come altri alimenti fonti comunque di proteine come pesce, pollame, noci e legumi possono avere invece un effetto protettivo. Già altri studi hanno evidenziato come mangiare elevate quantità di carne rossa aumenti il rischio di insorgenza di diabete mellito tipo II, patologia coronarica, stroke ed alcuni tipi di cancro.
Lo studio, di tipo prospettico, ha previsto l’osservazione di 37.698 uomini dell’Health Professionals Follow-up Study per 22 anni e di 83.644 donne nel Nurses’ Health Study per 28 anni, tutti al baseline privi di patologie cardiovascolari e cancro. Le abitudini alimentari sono state valutate ogni 4 anni attraverso questionari (Food Frequency Questionnaire, FFQ).
Nei due studi sono state documentate 23.926 morti di cui 5.910 per patologie cardio-vascolari e 9.464 per cancro. Un consumo regolare di carne rossa, in particolare di carne rossa trasformata, era associata ad un incremento del rischio di mortalità. Una porzione al giorno di carme rossa non trasformata (della dimensione di un mazzo di carte) era associata all’aumento del 13% del rischio di morte, ed una porzione al giorno di carne trasformata (un hot dog o due fette di pancetta) era associata ad un aumento del rischio del 20%.
La carne rossa, in particolare quella trasformata, contiene ingredienti (quali ferro eme, nitrati, grassi saturi, sodio ed agenti cancerogeni che si formano durante i processi di cottura) che incrementano il rischio di patologie croniche come appunto patologie cardiovascolari e cancro. La sostituzione di una porzione di carne rossa con una di un alimento salutare ricco in proteine è associata ad un più basso rischio di mortalità: 7% per il pesce, 14% per il pollame, 19% per noci, 10% per legumi, 10% per prodotti caseari a basso contenuto di grassi e 14% per cereali integrali.
La ricerca ha stimato che il 9.3% delle morti degli uomini ed il 7.6% delle donne avrebbe potuto essere prevenuto se tutti i partecipanti avessero consumato meno di mezza porzione al giorno di carne rossa (circa 42 g/die).
Questo studio fornisce chiare evidenze di come il consumo regolare di carne rossa, in particolare carne rossa trasformata, contribuisce ad una morte prematura, e di come la scelta di cibi più salutari fonte di proteine al posto di carne rossa, può produrre effetti benefici sulla salute riducendo morbilità e mortalità.

Dott.ssa Elisabetta Marotti

Fonte:
“Red Meat Consumption and Mortality”Frank B Hu et al; Arch Intern Med. Published online March 12, 2012. doi:10.1001/archinternmed.2011.2287
http://archinte.ama-assn.org/cgi/content/full/archinternmed.2011.2287
http://www.medicalnewstoday.com/releases/242792.php

Prevenzione primaria della fibrillazione atriale utilizzando acidi grassi omega-3.

La fibrillazione atriale (FA) è la più frequente aritmia cardiaca nell’anziano.

La prevalenza è minore dello 0.5%, nei soggetti con età compresa tra i 40 e i 55 anni e del 5-15 % nei soggetti con età maggiore di 80 anni.

La prevalenza è cresciuta progressivamente nel tempo e si stima sia destinata ad aumentare ancora dato  il numero crescente dei soggetti con età superiore ai 65 anni.

Negli Stati Uniti è stato calcolato vi  siano attualmente 2 milioni 300 mila persone affette da FA e si stima che nel 2050 questo numero raddoppierà. La FA conferisce un rischio di stroke 5 volte superiore rispetto alla popolazione non affetta, ed uno stroke su cinque è attribuibile a questa aritmia. La FA è inoltre associata ad un maggior rischio di morte, cardioembolismo periferico, ospedalizzazioni, scompenso cardiaco e compromissione ventricolare sinistra con conseguente riduzione della qualità della vita e della capacità di svolgere attività fisica.
Secondo un recente studio pubblicato dal Professor Mozzaffarian Dariush, del Dipartimento di Epidemiologia della Harvard School of Public Health, soggetti con livelli ematici di acidi grassi omega-3 più elevati della media avrebbero  circa un 30% in meno di probabilità di sviluppare fibrillazione atriale, rispetto a soggetti con livelli normali.
Lo studio ha interessato 3326 adulti (uomini e donne) con età maggiore o uguale a 65 anni, non affetti da FA o scompenso cardiaco al baseline, ai quali sono stati dosati i livelli plasmatici di alcuni acidi grassi omega-3 (PUFA):  l’acido eicosapentaenoico (EPA), l’acido docosapentaenoico (DPA), l’acido docosaesaenoico (DHA)  al baseline utilizzando metodi standard.
Tra questi soggetti, seguiti per 14 anni (dal 1992 al 2006) e sottoposti periodicamente ad elettrocardiogramma, ECG e dosaggio degli acidi grassi, sono stati riscontrati 789 casi di FA.

Valutando l’associazione tra i livelli ematici degli acidi grassi e l’insorgenza di FA, è stato riscontrato che i livelli di EPA e DPA non erano associati in maniera significativa con l’incidenza di FA, mentre la valutazione di tutti i PUFA e del DHA, ha mostrato un’associazione lineare inversa con l’incidenza di FA.
Negli anziani elevati livelli circolanti di PUFA e DHA sono quindi associati a più bassi livelli di incidenza di FA: tale evidenza suggerisce la necessità di valutare se aumentare l’intake di questi acidi grassi  in modo da verificare effettivamente se possa  costituire un metodo efficace di prevenzione primaria della FA.

Dott.ssa Elisabetta Marotti

Fonti:
http://www.escardio.org/guidelinessurveys/escguidelines/GuidelinesDocuments/-afib-FT.pdf
“Association of Plasma Phospholipid Long-Chain Omega-3 Fatty Acids with Incident Atrial Fibrillation in Older Adults: The Cardiovascular Health Study” Mazzaffarian D et al; Circulation Jan 26, 2012.

http://circ.ahajournals.org/content/early/2012/01/26/CIRCULATIONAHA.111.062653.abstract
http://www.reuters.com/article/2012/02/01/us-omega3-heart-idUSTRE8101XG20120201

Dieta ed invecchiamento cerebrale. Biomarkers nutrizionali per valutare le capacità cognitive e l’invecchiamento.

Secondo uno studio condotto presso la Oregon Health & Sciences University di Portland, negli Stati Uniti, alcuni nutrienti presenti negli alimenti possono effettivamente favorire un miglior invecchiamento cerebrale. Persone anziane che si alimentano con una dieta ricca di vitamine del gruppo B, C, D ed E e di acidi grassi Ω-3 hanno una resa cognitiva migliore e meno anomalie cerebrali associate a patologie quali il Morbo di Alzheimer e la demenza. Sulla base di test psicometrici è stato evidenziato come i soggetti che seguono una dieta ricca  in vitamine e acidi grassi Ω-3 hanno ottenuto degli score più elevati rispetto a coloro che si alimentano con una dieta ricca in acidi grassi trans, soggetti che presentano spesso anche delle anomalie cerebrali come l’atrofia.
Per valutare il tipo di alimentazione seguita dai soggetti presi in esame sono stati utilizzati questionari di “recall” sugli alimenti consumati negli ultimi anni ed analizzati i livelli ematici di questi nutrienti per avere un dato il più possibile oggettivo.
Lo studio ha anche valutato la combinazione di alimenti che possono avere un’azione sinergica positiva sulla funzionalità cerebrale.
In particolare, sono stati presi in esame 104 soggetti (62% femmine) con età media di 87 anni.
Sono stati considerati trenta marcatori biologici riconducibili alla dieta e, attraverso modelli di regressione, è stata esaminata per ciascuno di loro la relazione con i livelli cognitivi e con le caratteristiche morfologiche del cervello, determinata grazie ad immagini di risonanza magnetica. In questo modo è stato possibile dimostrare da una parte l’effetto benefico esercitato dalle alte concentrazioni di acidi grassi omega 3 a lunga catena e dai livelli elevati delle vitamine B1, B2, B6, folato, B12, C, D ed E, dall’altra l’azione negativa esercitata dagli acidi grassi trans in valori superiori alla norma.

Le immagini da risonanza magnetica suggeriscono che l’azione favorevole delle vitamine BCDE possa esercitarsi sulla neurobiologia che governa l’atrofia cerebrale, mentre l’azione favorevole degli omega-3 si sviluppa attraverso meccanismi vascolari.
Quali sono le raccomandazioni nutrizionali?
In accordo con la dieta Mediterranea, si consiglia di favorire il consumo di frutta, verdura (in particolare a foglia verde, crucifere) e pesce, evitando cibi fritti, carni rosse e trasformate, margarina e tutto quello che è “junk food” ovviamente.

Fonte: “Nutrient biomarker patterns, cognitive function, and MRI measures of brain aging”. Bowman GL et al; Neurology 2012 Jan 24;78(4):241-9.
http://www.neurology.org/content/78/4/241.short
http://www.ohsu.edu/xd/health/services/brain/our-brains-are-what-we-eat.cfm
http://www.tissuerecovery.com/blog/

PREVENIRE LE MALFORMAZIONI FETALI CON UNA DIETA SANA IN GRAVIDANZA

La gravidanza è un momento in cui l’alimentazione è molto importante sia per la salute della mamma che del bambino. Le donne in stato di gravidanza devono essere incoraggiate a seguire una dieta salutare e variata, che comprenda alimenti di tutti i gruppi. Infatti ci sono evidenze scientifiche nella relazione tra una dieta sana e la prevenzione di malformazioni fetali. In recenti studi, pubblicati su Archives of Pediatrics & Adolescent Medicine, è stato evidenziato che migliore è la qualità della dieta materna, minore è il rischio di difetti del tubo neurale e di labiopalatoschisi (meglio noto come labbro leporino).
INDICAZIONI PER LA MAMMA ED IL BAMBINO:
• Mangiare frutta e verdura durante la gravidanza garantisce un adeguato apporto di vitamine e sali minerali.
• I prodotti caseari sono i più ricchi di calcio, minerale presente in buone quantità anche nei succhi di frutta e in molti cereali fortificati. Il calcio è necessario per ossa e denti forti e fondamentale per la normale funzionalità dell’apparato cardio-circolatorio, dell’apparato muscolare e del sistema nervoso.
• Proteine magre: le proteine sono importanti per la crescita del bambino soprattutto nel II e III trimestre. Carne magra, pollame e uova sono una buona fonte di proteine come pure fagioli, tofu, prodotti caseari e burro di arachidi.
• Pane e cereali: le mamme dovrebbero scegliere cereali ricchi di fibre come pane, pasta, cereali e riso integrali.
• Alimenti ricchi in ferro: il ferro è importante per la produzione di emoglobina, proteina presente nei globuli rossi che consegna ossigeno ai tessuti. Durante la gravidanza, soprattutto nella seconda metà, aumenta il fabbisogno materno di ferro (si passa da 18 mg a 30 mg/die) . Buone fonti di ferro sono la carne rossa magra, il pollame e il pesce. Altre fonti sono i cereali per la colazione fortificati, le nocciole, le noci e la frutta secca. In caso di anemia aumenta anche il rischio di parto pretermine e di basso peso alla nascita. L’assorbimento del ferro è favorito dalla vitamina C.
• Alimenti ricchi in vitamine: durante il periodo della gravidanza ci sono alcune vitamine che sono particolarmente importanti per la crescita e lo sviluppo del bambino.
- Acido folico: è una vitamina del gruppo B, aiuta la prevenzione dei difetti del tubo neurale, ossia gravi anomalie cerebrali e del midollo spinale. La carenza di folati può inoltre determinare un basso peso alla nascita e parto pretermine. Molti cereali sono fortificati con acido folico. Altre fonti includono verdure a foglie verde scuro, fagioli, piselli ed agrumi. Il fabbisogno giornaliero nella donna in gravidanza è di 0.4 mg/die. E’ indicata una supplementazione giornaliera a partire da circa 3 mesi prima del concepimento per garantire un adeguato apporto di questa vitamina, in quanto sembra che il periodo critico per lo sviluppo del feto sia proprio durante le prime settimane di gestazione quando generalmente la donna non sa di essere in gravidanza.
- Vitamina C: alimenti ricchi in vitamina C sono arance, pompelmi, fragole, melata, papaya, broccoli, cavolfiori, cavoletti di Bruxelles, peperoni verdi, pomodori, e la senape.
- Vitamina D: la vitamina D aiuta la crescita delle ossa e dei denti del bambino. Buone fonti di questa vitamina sono pesci grassi, salmone e tonno , così come latte o succo fortificato.
• In aggiunta alla dieta, secondo indicazione medica, va incoraggiata la supplementazione con complessi multivitaminici fin dall’epoca periconcenzionale.

Fonti:
- “Preventing Birth Defects With a Healthy Pregnancy Diet” Moreno MA et al, Arch Pediatr Adolesc Med. 2012;166(2):200.
http://archpedi.ama-assn.org/cgi/content/full/166/2/200
- “Reduced Risks of Neural Tube Defects and Orofacial Clefts With Higher Diet Quality” Carmichael SL et al, Arch Pediatr Adolesc Med. 2012;166(2):121-126.
http://archpedi.ama-assn.org/cgi/content/full/166/2/121
- “The Importance of Food” Jacobs DR Jr et al, Arch Pediatr Adolesc Med. 2012;166(2):187-188.
http://archpedi.ama-assn.org/cgi/content/extract/166/2/187

- http://www.mayoclinic.com/health/pregnancy-nutrition/PR00110

Dieta Mediterranea e malattie reumatiche infiammatorie croniche

Già dagli anni ’60 è noto il ruolo della dieta Mediterranea nella prevenzione delle patologie cardiovascolari. Numerosi studi clinici hanno poi riportano gli effetti benefici di questa dieta in diverse altre patologie quali dislipidemie, diabete, obesità, artrite e cancro. Di recente anche la Reumatolologia ha mostrato interesse per la dieta Mediterranea.
Le malattie reumatiche infiammatorie croniche (artrite reumatoide, artrite psoriasica e spondiliti) colpiscono circa il 1% della popolazione. Sebbene la loro eziopatogenesi non sia stata del tutto chiarita è stato osservato che, in presenza
di una precisa predisposizione genetica, alcuni fattori ambientali possono innescare una reazione flogistica anomala di tipo autoimmune con la caratteristica dell’autoperpetuazione e amplificazione. Ciò si traduce in una condizione infiammatoria cronica e sistemica che determina una progressiva alterazione distruttiva delle articolazione inducendo, nel corso degli anni, la perdita della normale capacità di movimento e portando il paziente ad una vera e propria invalidità che ne compromette fortemente la qualità di vita.
Negli ultimi anni studi scientifici hanno evidenziato i benefici che la dieta Mediterranea può apportare ai soggetti affetti da malattie reumatiche infiammatorie croniche.

La dieta mediterranea può costituire una terapia adiuvante in tutti questi pazienti per le sue proprietà antinfiammatorie, antiossidanti, regolatrici di alcuni fattori metabolici e protettive del sistema cardiovascolare.
Infatti è noto che i pazienti affetti da malattie reumatiche infiammatorie croniche hanno un rischio cardiovascolare aumentato rispetto alla popolazione generale.

La dieta Mediterranea è caratterizzata dal consumo di cibi naturali e freschi quali frutta e verdura di stagione, cereali, limitato consumo di grassi animali, elevato consumo di pesce, olio extravergine d’oliva come condimento e legumi come fonte
di proteine vegetali.
Le proprietà antinfiammatorie sono riconducibili all’abbondante presenza di alcuni acidi grassi polinsaturi, in particolare gli omega-3 (contenuti negli oli vegetali) e
gli acidi grassi monoinsaturi (presenti nel pesce azzurro e nell’olio di pesce). Anche l’acido oleico contenuto nell’olio extravergine d’oliva ha proprietà antinfiammatori. Inoltre l’olio d’oliva è ricco di componenti fenolici, che svolgono un’azione protettiva nei confronti dello stress ossidativo. Questo permette di rallentare l’evoluzione della malattia.
La presenza di frutta e verdura nella dieta mediterranea assicura un introito adeguato di vitamine antiossidanti come la vitamina C e la vitamina E la cui carenza è stata associata ad un aumentato rischio di sviluppare artriti infiammatorie. È stato osservato che una adeguata assunzione ed eventualmente supplementazione di queste vitamine porta ad un miglioramento della sintomatologia clinica nella spondilite anchilosante e nell’artrite reumatoide.
Studi clinici hanno evidenziato che individui affetti da malattie reumatiche infiammatorie croniche che seguono la dieta Mediterranea possono ottenere un duplice vantaggio: la riduzione della sintomatologia clinica, con miglioramento quindi della vitalità e delle prestazioni fisiche, e la protezione del sistema cardiovascolare.

Dott.ssa Elisabetta Marotti

Fonte: “The mediterranean diet model in inflammatory rheumatic diseases” Sales C, Oliviero F, Spinella P. Reumatismo. 2009 Jan-Mar;61(1):10-4.

http://reumatismo.pagepress.org/index.php/reuma/article/view/reumatismo.2009.10

Per approfondimenti:
“The Mediterranean diets: What is so special about the diet of Greece? The scientific evidence”. Simopoulos AP ; J Nutr. 2001 Nov;131(11 Suppl):3065S-73S. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/11694649
“The protective effect of the Mediterranean diet: focus on cancer and cardiovascular risk”. Pauwels EK; Med Princ Pract. 2011;20(2):103-11. Epub 2011 Jan 20. Review. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21252562
“Mediterranean Diet Effect: an Italian picture”. Azzini E et al. Nutr J. 2011 Nov 16;10:125. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3252250/?tool=pubmed

NEW YORK CITY: arrivano i primi risultati nella lotta all’obesità infantile

Nel mese di Dicembre il Dipartimento di Salute di New York ha dichiarato che ci sono dati confortanti nella lotta all’obesità infantile, dopo anni di politiche rivolte a migliorare l’alimentazione dei bambini e a promuovere la pratica di attività fisica nelle scuole.
Negli ultimi 5 anni il tasso di obesità infantile, tra i 5 ed i 14 anni, è diminuito del 5.5%; si è passati dal 21.9% negli anni 2006-07 al 20.7% nel 2010-11. Il calo maggiore si è evidenziato tra i bambini di 5-6 anni, dove il calo è stato del 10%, dal 20.2% del 2006-2007 al 18.2% del 2010-2011.
Questi dati della città di NY sono in netto contrasto con quelle che sono le medie nazionali.
I dati sono stati raccolti attraverso il NYC FITNESSGRAM, iniziato nel 2005 (http://schools.nyc.gov/fitness), un programma che tiene sotto osservazione tutti i bambini dalla scuola materna alla media inferiore con test clinici e misurazioni (resistenza aerobica, resistenza muscolare, flessibilità e composizione corporea). Ad ogni bambino è stato poi rilasciato un report personalizzato con i risultati ottenuti e con suggerimenti per raggiungere la “Healthy Fitness Zone”, ossia la performance ottimale per migliorare lo stato di salute in riferimento al sesso ed all’età. Vengono inoltre date indicazioni a tutta la famiglia su come mantenersi attivi, sulla corretta alimentazione e su come mantenere un peso salutare.
Come dichiarato da Mayor Bloomberg, del Dipartimento della Salute, i bambini che sono in forma, hanno meno problemi di salute e si rivolgono di meno agli ospedale. Questa è una grande notizia per i bambini, le loro famiglie ed i contribuenti. Negli ultimi dieci anni l’amministrazione di NY è stata pioniera nelle nuove strategie di intervento per la salute dei suoi cittadini, ed i frutti di questo lavoro si stanno chiaramente palesando.
Oltre all’attività fisica nelle scuole sono state incoraggiate abitudini alimentari salutari. E’ stata migliorata la qualità dei cibi venduti nelle caffetterie e tolte le bevande zuccherate dai distributori automatici. Questi semplici cambiamenti hanno permesso di ridurre l’aumento di peso dei bambini e creano un modello di vita salutare che i bambini possono portare con sé nella loro vita.
Vari sono stati i progetti proposti nelle scuole per combattere l’obesità.
Il Dipartimento di Educazione e Salute della città ha istituito programmi creativi come il “Move-to-improve”, partito nel 2009, destinato alla scuola elementare, prevede di portare a 120 minuti a settimana l’attività fisica, un modo coinvolgente per aiutare le insegnanti ad integrare l’attività fisica, durante la giornata scolastica con dei break di 10 minuti di attività fisica tra le lezioni. (http://schools.nyc.gov/Academics/FitnessandHealth/MoveImprove/default.htm)
Il Dipartimento di Educazione ha fornito nelle scuole cibi più salutari e prodotti freschi, ha eliminato cibi fritti ed ha reso più accessibile la possibilità di bere acqua, aggiungendo più di 200 “fontanelle” nelle caffetterie. Le scuole hanno inoltre sostituito il latte intero con il latte a basso contenuto di grassi, risparmiando ai giovani 4.5 bilioni di calorie in più nel 2008. Le bevande vendute hanno un limite di 10 calorie ogni 8 once (circa 235 ml) alle elementari e 25 alle scuole superiori. Gli snack venduti hanno un limite di 200 calorie e 7 gr di grassi a pacchetto in aggiunta agli altri criteri nutrizionali.
Sono stati promossi bar che servono insalate, permettendo l’incremento del consumo di prodotti freschi, con la possibilità di consumare prodotti dell’orto delle scuole, come previsto dal progetto delle scuole elementari “Grow to Learn: the Citywide School Gardens Initiative” (http://growtolearn.org/).
I cambiamenti nello stile di vita dei bambini prevede inoltre una limitazione del tempo trascorso davanti alla TV, ed un’ora al giorno di attività fisica.
Come già accennato anche le famiglie sono direttamente coinvolte nella lotta all’obesità sia nelle scelte alimentari che nell’esercizio fisico ed il Dipartimento della Salute dà loro informazioni pratiche per mantenere un buono stato di salute; eccole qui elencate:
• I bambini imparano guardando i loro genitori, mangiate frutta e verdura ed i bambini faranno la stessa cosa.
• Date ai bambini frutta e verdura ad ogni pasto e spuntino. Spesso i bambini non gradiscono subito nuova frutta e verdura, quindi cambiate spesso.
• Invece di bere bevande zuccherate utilizzate acqua, seltzer, latte a basso contenuto di grassi o latte di soia.
• Siate attivi con i vostri bambini. Assicuratevi che facciano un’ora di attività fisica al giorno (anche se non continuativa). Potete trovare attività ricreative nei vostri quartieri consultando il sito www.nycgovparks.org/befitnyc

Nonostante i trends incoraggianti e i programmi e le politiche volte al cambiamento, 1 bambino su 5 dai 5 ai 14 anni è ancora obeso, ed i tassi di obesità sono più alti tra i bambini che vivono nei quartieri poveri. E’ da segnalare che i bambini bianchi sono stati quelli che hanno perso più chili (calo del 12,5% ), seguiti dagli asiatici (meno 7,6%). Al contrario, tra gli ispanici il calo è stato solo del 3.4% e tra gli afroamericani solamente dell’1,9%.
Per sostenere e migliorare questo trend positivo, è prevista la creazione di una nuova task force , che prevede 10 commissari, membri di varie corporazioni e dipartimenti, che dovrà individuare e consigliare ulteriori iniziative dirette a tutta la popolazione. Sicuramente tra gli obiettivi ci sarà eliminare la disparità dello stato di salute tra le varie classi sociali, ampliare gli spazi pubblici dove poter praticare attività fisica e continuare a combattere le cattive abitudini alimentari causa di obesità, diabete e patologie cardiache.

Per approfondimenti:
www.nyc.gov/html/om/html/2011b/pr440-11.html
Per conoscere altri progetti della città di NY per la lotta all’obesità:
- “Active Design Guidelines” promuove l’attività fisica e la salute nel design, www.nyc.gov/adg
- “Playstreets Program”: creazione di aree di gioco all’aperto chiuse al traffico ed aperte alle famiglie, necessarie soprattutto in estate.
www.nycgovparks.org/programs/playstreets
- “Pouring on the Pounds” campagna del Dipartimento della Salute volta a ridurre il consumo di bevande zuccherate da parte di bambini ed adulti, promuovendo il consumo di acqua, tè non zuccherato e latte a basso contenuto di grassi.

Dott.ssa Elisabetta Marotti

www.nyc.gov/html/doh/html/pr2009/pr057-09.shtml

http://schools.nyc.gov/fitness

http://schools.nyc.gov/Academics/FitnessandHealth/MoveImprove/default.htm

http://growtolearn.org/