Articoli del giorno febbraio 9th, 2012

Dieta Mediterranea e malattie reumatiche infiammatorie croniche

Già dagli anni ’60 è noto il ruolo della dieta Mediterranea nella prevenzione delle patologie cardiovascolari. Numerosi studi clinici hanno poi riportano gli effetti benefici di questa dieta in diverse altre patologie quali dislipidemie, diabete, obesità, artrite e cancro. Di recente anche la Reumatolologia ha mostrato interesse per la dieta Mediterranea.
Le malattie reumatiche infiammatorie croniche (artrite reumatoide, artrite psoriasica e spondiliti) colpiscono circa il 1% della popolazione. Sebbene la loro eziopatogenesi non sia stata del tutto chiarita è stato osservato che, in presenza
di una precisa predisposizione genetica, alcuni fattori ambientali possono innescare una reazione flogistica anomala di tipo autoimmune con la caratteristica dell’autoperpetuazione e amplificazione. Ciò si traduce in una condizione infiammatoria cronica e sistemica che determina una progressiva alterazione distruttiva delle articolazione inducendo, nel corso degli anni, la perdita della normale capacità di movimento e portando il paziente ad una vera e propria invalidità che ne compromette fortemente la qualità di vita.
Negli ultimi anni studi scientifici hanno evidenziato i benefici che la dieta Mediterranea può apportare ai soggetti affetti da malattie reumatiche infiammatorie croniche.

La dieta mediterranea può costituire una terapia adiuvante in tutti questi pazienti per le sue proprietà antinfiammatorie, antiossidanti, regolatrici di alcuni fattori metabolici e protettive del sistema cardiovascolare.
Infatti è noto che i pazienti affetti da malattie reumatiche infiammatorie croniche hanno un rischio cardiovascolare aumentato rispetto alla popolazione generale.

La dieta Mediterranea è caratterizzata dal consumo di cibi naturali e freschi quali frutta e verdura di stagione, cereali, limitato consumo di grassi animali, elevato consumo di pesce, olio extravergine d’oliva come condimento e legumi come fonte
di proteine vegetali.
Le proprietà antinfiammatorie sono riconducibili all’abbondante presenza di alcuni acidi grassi polinsaturi, in particolare gli omega-3 (contenuti negli oli vegetali) e
gli acidi grassi monoinsaturi (presenti nel pesce azzurro e nell’olio di pesce). Anche l’acido oleico contenuto nell’olio extravergine d’oliva ha proprietà antinfiammatori. Inoltre l’olio d’oliva è ricco di componenti fenolici, che svolgono un’azione protettiva nei confronti dello stress ossidativo. Questo permette di rallentare l’evoluzione della malattia.
La presenza di frutta e verdura nella dieta mediterranea assicura un introito adeguato di vitamine antiossidanti come la vitamina C e la vitamina E la cui carenza è stata associata ad un aumentato rischio di sviluppare artriti infiammatorie. È stato osservato che una adeguata assunzione ed eventualmente supplementazione di queste vitamine porta ad un miglioramento della sintomatologia clinica nella spondilite anchilosante e nell’artrite reumatoide.
Studi clinici hanno evidenziato che individui affetti da malattie reumatiche infiammatorie croniche che seguono la dieta Mediterranea possono ottenere un duplice vantaggio: la riduzione della sintomatologia clinica, con miglioramento quindi della vitalità e delle prestazioni fisiche, e la protezione del sistema cardiovascolare.

Dott.ssa Elisabetta Marotti

Fonte: “The mediterranean diet model in inflammatory rheumatic diseases” Sales C, Oliviero F, Spinella P. Reumatismo. 2009 Jan-Mar;61(1):10-4.

http://reumatismo.pagepress.org/index.php/reuma/article/view/reumatismo.2009.10

Per approfondimenti:
“The Mediterranean diets: What is so special about the diet of Greece? The scientific evidence”. Simopoulos AP ; J Nutr. 2001 Nov;131(11 Suppl):3065S-73S. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/11694649
“The protective effect of the Mediterranean diet: focus on cancer and cardiovascular risk”. Pauwels EK; Med Princ Pract. 2011;20(2):103-11. Epub 2011 Jan 20. Review. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21252562
“Mediterranean Diet Effect: an Italian picture”. Azzini E et al. Nutr J. 2011 Nov 16;10:125. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3252250/?tool=pubmed

Cibi ricchi di magnesio aiutano a prevenire l’ictus

Un alimentazione ricca di magnesio aiuta a prevenire l’ictus, ed in particolare l’ictus ischemico (quello, cioè, causato da un coagulo di sangue che ostruisce il vaso sanguigno impedendo al sangue di fluire).

La conferma viene da un ampio studio scientifico condotto dal Karolinska Institute di Stoccolma, Svezia, e che ha coinvolto 241.378 persone.

Si tratta di una  metanalisi di sette studi prospettici e i cui risultati, pubblicati sull’American Journal of Clinical Nutrition, hanno rivelato che per ogni 100 milligrammi di magnesio assunti giornalmente con l’alimentazione, il rischio di ictus ischemico si abbassa dell’9%.

L’ictus è un accidente cerebrovascolare che rappresenta la terza causa di morte e la prima di invalidità.

Gli scienziati svedesi, dunque, hanno trovato una correlazione inversa tra l’assunzione di magnesio e i casi di ictus ischemico.

Precedenti sondaggi alimentari mostrano che gran parte degli adulti non soddisfa la RDA di magnesio (320 mg al giorno per le donne e 420 mg al giorno per gli uomini).
È noto che la dieta ha un ruolo molto importante sul rischio di ictus. I ricercatori dicono che anche se è prematuro raccomandare integratori di magnesio per ridurre tale rischio, si consiglia comunque un aumento del consumo di cibi ricchi di magnesio, come verdure a foglia verde, fagioli, latte, noci e cereali integrali.

Per poter leggere l’abstract cliccare sul seguente link:

http://www.ajcn.org/content/early/2011/12/26/ajcn.111.022376

Dott.ssa Francesca Trinastich

La malattia di Parkinson e la dieta

Numerosi studi hanno ormai confermato la stretta relazione tra malattie neuro-degenerative e stato nutrizionale del soggetto ed in particolare anche per la malattia di Parkinson (PD) tale relazione rimane confermata.

PD è una malattia cronica neurodegenerativa, dovuta alla progressiva degenerazione della via dopaminergica nigrostriale e principali sintomi sono: bradicardia, tremori a riposo, rigidità, postura incurvata, impaccio nell’andatura e instabilità posturale.

Recenti studi hanno sottolineato l’importanza di inserire nell’iter diagnostico una valutazione nutrizionale.

Si è infatti visto che i consigli nutrizionali possono migliorare la qualità della vita incidendo sui sintomi sopra descritti, come ad esempio un regime dietetico proteico controllato nei pazienti con fluttuazioni motorie.

I principali problemi nutrizionali di cui si dovrebbe tener conto nella gestione del paziente con PD sono di seguito riportati:

1.    peso corporeo – c’è ad oggi discordanza nella comunità scientifica ma tale situazione potrebbe essere dovuta agli effetti confondenti. Sembra che l’aumento dell’adiposità viscerale sia un fattore di rischio per PD. Un recente studio sulla popolazione italiana ha rilevato che la prevalenza di obesità in pazienti con PD è di circa il 50%.

2.    calo ponderale – la graduale perdita di peso dovuta a malnutrizione è di frequente riscontro e rappresenta uno dei problemi principali nella progressione della PD. La perdita di massa grassa riscontrata è dovuta soprattutto alle cattive abitudini alimentari. Un basso IMC è associato a carenze di vitamine (A, C, D ed E) e di minerali (ferro, zinco) oltre che di proteine.

3.    incremento ponderale – l’aumento di peso dopo l’inizio di terapie è stato osservato in numerosi studi. La terapia a lungo termine con levodopa induce un aumento dell’appetito ma anche la terapia con dopamino-agonisti possono causare una alimentazione compulsiva

4.    disturbi gastroenterici – diverse disfunzioni gastroenteriche (tremore e/o rigidità della mandibola, difficoltà di deglutizione…) possono influenzare negativamente il benessere del paziente, l’ottimizzazione del trattamento e il bilancio nutrizionale.

5.    disfagia – solo pochi autori concordano nel riconoscere un ruolo alla disfagia nel calo ponderale poiché questa insorge generalmente nelle fasi avanzate della malattia.

6.    stipsi – cioè meno di 3 movimenti intestinali/settimana, è il sintomo più tipico: circa 50-80%. Tale dismotilità si associa ad una ridotta assunzione di liquidi e fibra alimentare oltre al basso livello di attività fisica.

In conclusione interventi nutrizionali ed attività di counseling dietetico dovrebbero essere pianificati per:
-    garantire il bilancio nutrizionale
-    ottimizzare la farmacocinetica della levodopa
-    migliorare i disturbi gastrointestinali
-    prevenire, rilevare e trattare carenze nutrizionali.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sulm seguente link:

http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/mds.22705/abstract;jsessionid=D045568A393621436C5BE88BE540515C.d01t03

Letizia Saturni