Articoli del mese gennaio, 2012

“Il vino rosso fa bene alla salute”. E invece no perché… la teoria è basata su dati taroccati!

I nostri nonni dicevano che: “Il vino fa buon sangue”. Ancor di più, negli ultimi anni ci siamo più volti sentiti ripetere che: un bicchiere di vino rosso fa bene alla salute, in special modo al cuore e al sistema circolatorio.

E invece no! Niente di più falso!

In effetti, sembrerebbe che il padre di questa scoperta, Dipak Das, docente di chirurgia divenuto direttore del Cardiovascular Research Center della University of Connecticut, proprio grazie ai suoi studi sugli effetti benefici del resveratrolo – la principale molecola antiossidante del vino rosso – abbia incredibilmente falsificato i dati delle sue ricerche, inventando esperimenti e manipolando i risultati in modo che le conclusioni indicassero fatti indirizzati a proprio comodo.

E non lo ha fatto una sola volta!  Ma ben 145 volte, in 26 differenti articoli scientifici!

Questa incredibile storia, è stata resa nota dalla stessa università americana per cui Das lavora, attraverso una corposa inchiesta di 60 mila pagine durata tre anni, con la quale ha segnalato a undici importanti riviste specializzate che le ricerche da loro pubblicate sul vino rosso negli ultimi anni, a firma di Dipak Das e dei suoi collaboratori, si basavano, in realtà, su dati manipolati.
Peraltro, talvolta in maniera grossolana! Secondo il rapporto d’inchiesta, infatti, almeno due tesi di dottorato elaborate nel laboratorio di Das presentano “anomalie e immagini problematiche”.Tutto ebbe inizio alla fine del 2008, con un esposto anonimo, presentato all’amministrazione dell’Università del Connecticut, con il quale si manifestava più di un dubbio sulla bontà dei dati riguardanti le miracolose proprietà antiossidanti del vino rosso e s’invitava l’ateneo a fare approfondite indagini.

Le verifiche partirono subito, anche se nel più stretto riserbo, tanto che Das continuò a portare avanti le sue ricerche. Anzi, per una sorta di par condicio, le estese anche a vino bianco e birra, cercando di dimostrarne i benefici effetti sulla salute. Grazie a questi studi Das conquistò, da un lato le copertine di riviste internazionali e, dall’altro, consistenti finanziamenti federali.

Secondo quanto emerge dal dossier della commissione d’inchiesta, il professor Das era molto solerte nel falsificare i dati, soprattutto nei documenti concernenti le richieste di fondi. Un meticoloso lavoro di taglia e cuci, grazie al quale in alcuni esperimenti spostava, come le tessere di un mosaico, intere bande colorate che rappresentavano la traccia della presenza di specifiche proteine, fino a comporre il puzzle da lui desiderato. L’opposto di quello che ogni vero scienziato quotidianamente fa, o dovrebbe fare, in laboratorio.

Nonostate le prove schiaccianti, il professor Das, si è subito dichiarato estraneo alla vicenda, negando ogni manipolazione. Anzi contrattacando e lamentando “un enorme carico di stress nel suo ambiente di lavoro”  accusando così  i suoi colleghi di “discriminazione razziale”, per via delle sue origini indiane.

Incurante delle accuse di Das, l’amministrazione della Connecticut University, più preoccupata dell’inevitabile figuraccia planetaria rimediata, ha invece avviato immediatamente le pratiche per il licenziamento del ricercatore, come riportato dalla rivista Nature. Attualmente si stà procedendo ad indagare sul possibile ruolo di studenti e collaboratori. “E’ nostra responsabilità correggere le pubblicazioni scientifiche erronee, avvisando i colleghi delle manipolazioni effettuate”, si legge in un comunicato dell’università americana.  Le sentite scuse e il doveroso mea culpa tuttavia  da soli non potevano certamente bastare. L’ateneo statunitense, difatti, ha dovuto anche restituire 890 mila dollari di fondi federali, ottenuti dal Governo americano, grazie alle dichiarazioni fraudolente di Das.

Per approfondire:

http://today.uconn.edu/blog/2012/01/scientific-journals-notified-following-research-misconduct-investigation/

http://blogs.nature.com/news/2012/01/in-vino-non-veritas-red-wine-researcher-implicated-in-misconduct-case.html

Giacomo Pagliaro

Vitamina D: un probabile anti-diabetico

Elevati livelli di vitamina D nel sangue potrebbero  ridurre il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2.

Lo avrebbe recentemente dimostrato un nuovo studio condotto dall’Ospedale Universitario “Carlos Haya” di Malaga, Spagna, i cui risultati sono stati pubblicati sul “Clinical Nutrition” e hanno mostrato che nelle persone con livelli di vitamina D nel sangue superiori al 18,5 ng/ ml, l’incidenza del diabete di tipo 2 risultava ridotta (5% circa ).

Recentemente abbiamo appreso del possibile ruolo anti-diabetico della vitamina D. La scorsa estate i ricercatori delle università di Tufts e di Harvard, riportavano sull’ American Journal of Clinical Nutrition che una dose giornaliera di 2.000 Unità Internazionali (UI) di vitamina D3, conosciuta anche come colecalciferolo, risulterebbe in grado di aumentare il funzionamento delle cellule β (cellule beta) del 25%. Le cellule β sono le cellule del pancreas che controllano la produzione dell’insulina.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il diabete colpisce oggi oltre 220 milioni di persone nel mondo, di conseguenza gli elevati valori glicemici portano alla morte di 3,4 milioni di persone ogni anno.

L”OMS prevede purtroppo che le morti raddoppieranno tra il 2005 e il 2030.

Lo studio spagnolo, coordinato dalla Dr.ssa Inmaculada González-Molero, ha coinvolto 1226 persone, delle  quali soltanto 961 hanno portato a termine  il programma .  Sono stati misurati i livelli ematici di vitamina D ,(precisamente la 25-idrossi vitamina D) e sono stati poi eseguiti dei test orali di tolleranza al glucosio, all’inizio (1996-1998), durante (2002-2004) ed alla fine dello studio (2005-2007).

I risultati hanno mostrato che nelle persone con livelli di 25-idrossi vitamina D superiori al 18,5 ng/ml, l’incidenza di diabete risultava inferiore al 5%, mentre nelle persone che avevano livelli  inferiori al 18,5 ng/ml, l’incidenza risultava del 12,4%.

Inoltre, per coloro che avevano elevati livelli di vitamina D, il rischio di sviluppare il diabete durante i quattro anni di studio, era significativamente più basso, mentre nessuna delle persone con livelli di vitamina superiori a 30 ng /ml aveva sviluppato il diabete.

I ricercatori sottolineano:”E ‘importante notare che tale studio è stato condotto in una popolazione del sud Europa, dove vi è una elevata radiazione solare (più di 1700 h / anno) ed una larga diffusione di una dieta mediterranea”.

É possibile assimilare la vitamina D da varie fonti alimentari, anche l’organismo la produce  grazie all’esposizione solare.

Per alcuni  paesi nordici, l’esposizione solare risulta così debole durante i mesi invernali da non permettere all’organismo di produrre sufficente vitamina D, provocando un evidente carenza per tali popolazioni. Tale carenza negli adulti puó provocare o aggravare numerose malattie: osteopenia, osteoporosi, debolezza muscolare, fratture, tumori comuni, malattie autoimmuni, malattie infettive e malattie cardiovascolari. Inoltre secondo alcune evidenze scientifiche  la vitamina D potrebbe ridurre l’incidenza di diversi tipi di cancro e del diabete di tipo-1 e -2.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0261561411002329

Francesca Trinastich

La soia puó migliorare l’efficacia della radioterapia

Un nuovo studio pubblicato su “Radiotherapy and Oncology” sostiene che gli alimenti a base di soia assunti durante i trattamenti radioterapici volti a combattere il cancro del polmone e della prostata, renderebbero  più efficaci tali trattamenti.

Il gruppo di ricerca della Scuola di Medicina della Wayne State University (Usa), aveva già mostrato in uno studio precedente, ( effettuato su topi affetti da cancro della prostata), che gli isoflavoni della soia (sostanze naturali e non tossiche presenti nella soia), aumentavano la capacità delle radiazioni di distruggere le cellule tumorali nel cancro alla prostata.
I composti della soia agirebbero bloccando i meccanismi di riparazione del DNA, attivati dalle cellule tumorali nel tentativo di sopravvivere ai danni causati dalle radiazioni.

Nel nuovo studio i ricercatori, coordinati dalla Dr.ssa Gilda Hillman, hanno mostrato gli stessi risultati per il cancro dei polmoni e hanno cercato di individuare la dose orale degli isoflavoni di soia da utilizzare come strategia per migliorare gli esiti della radioterapia.

I risultati di questo studio hanno mostrato che nei tumori trattati con isoflavoni di soia e contemporaneamente con le radiazioni si osserverebbe una migliore efficacia delle radiazioni nella distruzione dei noduli tumorali al polmone.

Inoltre gli isoflavoni della soia ridurrebbero il danno vascolare, le emorragie, le infiammazione e le fibrosi causate dalle radiazioni sul tessuto polmonare, suggerendo cosí anche un ruolo protettivo da parte di questi componenti della soia, per il tessuto polmonare normale.

Gli isoflavoni della soia potrebbero quindi essere utili nella radioterapia del cancro del polmone rendendola più efficace e contribuendo a preservare il tessuto normale.

La Dr.ssa Gilda Hillman afferma che tali risultati suggeriscono una possibile applicazione ai trattamenti dei pazienti con tumore polmonare avanzato  e che inoltre, la tossicità delle radiazioni potrebbe essere attenuata dagli effetti protettivi degli isoflavoni della soia sul tessuto polmonare normale.

Il gruppo di ricerca ha riferito che i supplementi di soia, potrebbero essere usati come un approccio non-tossico  e complementare per migliorare la radioterapia, sottolineando che non si tratterebbe di un sostituto per il trattamento convenzionale del cancro,bensì un alimento da assumere in combinazione con i trattamenti convenzionali per ottenere gli effetti desiderati.

La Dr.ssa Hillman ha aggiunto:“Il risultato più importante è  la possibilità di proteggere i tessuti sani dagli effetti delle radiazioni e di migliorare la qualità di vita dei pazienti che ricevono la radioterapia” e continua: “in tal modo avremo giá raggiunto un importante obiettivo “.

Per leggere l’abstract dell’articolo cliccare sul seguente link:

http://www.thegreenjournal.com/article/S0167-8140%2811%2900636-0/abstract

Francesca Trinastich